Black lives matter


di Rosario Pantaleo

Sono passati cinquantasette anni.
C’erano Joan Baez, Harry Belafonte, Bob Dylan e tanti altri artisti. ma c’erano soprattutto 250 mila persone reduci da marce per la pace e per l’affermazione dei propri diritti. Reduci anche da aggressioni e pestaggi, da violenze ed omicidi, da terrore promesso e subito.
Faceva caldo ed il Lincoln Memorial era una distesa di speranza.
In piedi, quell’uomo piccolo figlio di un Pastore della Chiesa protestante Battista (e Pastore Battista a sua volta) chiuse quella grande marcia ed assemblea di popolo.
Lui poteva perché aveva il carisma del leader, la forza profetica dell’oratore, le stimmate delle percosse ricevuta e delle carceri visitate.
Prese la voce con tutta la forza che aveva e decise che il discorso che si era preparato lo avrebbe declamato con cura ed attenzione.
Ma fu verso la sua conclusione che una sorta di forza interiore lo prese per mano e gli fece concludere il discorso, passato alla storia come “I have a dream”, con parole profetiche.
Martin Luther King morirà assassinato nell’Aprile del 1968, due mesi prima che la stessa sorte toccasse al candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Robert Kennedy.

Cinquantasette anni quel discorso profetico ed epocale, gli Stati Uniti d’America sono ancora soffocati dal razzismo.
Una piaga antica questa in casa della Nazione che nella sua Costituzione inserì il Diritto alla Felicità e che, invece, tende a rendere infelici coloro che ne sono ai margini o che ai margini ne vengono spinti.
Le vicende che oltre a quella di Floyd vengono oggi alla luce (ormai i cellulari scrivono la storia in diretta) raccontano di violenze costanti, gratuite, sprezzanti proprio della legge che chi porta una divisa non dovrebbe mai commettere e che la “infangano” così come infangano quella della maggioranza dei lavoratori della sicurezza.
L’America, lo sappiamo molto bene, è un Paese violento, che è nato con la violenza, si è struttura su di essa, ha “importato” esseri umani, morti a milioni sulle navi e nella fatica da schiavi.
Un Paese che basa tutto sul denaro e che rende felici gli azioni che si godono i dividendi di quelle aziende i cui dipendenti possono essere presi per il naso con il famoso “giochetto” del sogno americano.
Che a qualcuno capita di diventare realtà ma alla maggior parte quel sogno sarà sempre e solo un incubo.
Coloro che dividono il Paese hanno nel loro Commander in Chief il migliore, dal loro punto di vista, degli alleati.

Ma ora anche i generali, i Repubblicani di destra, come Matthis ne hanno abbastanza di un odiatore di professione di cui John Mc Cain aveva ben compreso il profilo di pericolo per l’America tutta. Quel John Mc Cain, pur eroe di guerra e prigioniero dei Vietcong, era stato insultato dall’imboscato Trump quando ne aveva svelato la sua natura e che non aveva voluto il presidente al suo funerale.
Un uomo di destra che aveva compreso bene il pericolo di un personaggio privo di scrupoli e di ideali.

Che Gli Stati Uniti d’America risorgano e ritrovino le loro radici, il suo popolo, senza violenze, riprendano il potere, gli uomini di spettacolo e di sport abbiano il coraggio di prendere posizione.
In tanti lo hanno fatto rischiando ma non tacendo. Come Bruce Springsteen che nel lontano 4 Giugno 2000 ad Atlanta eseguì dal vivo American skin, (41 shots) per ricordare la morte di Amadou Diallo colpito da 19 proiettili dei 41 che la Polizia gli sparò contro. In fondo stava solo cercando di estrarre e consegnare i propri documenti.
Che ora gli Stati Uniti d’America siano capaci di estrarre il coraggio di trasformarsi per non perire nella violenza e di cambiare. Tutto.
Perché un Paese capace di avere le armi più potenti ma non la copertura sanitaria per tutti è un Paese destinato a finire molto presto.
In fondo esistono da soli 400 anni (1620-2020). L’impero romano 1.229…Chiaro “agente Orange…?”.

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