Il giorno dopo il tunnel


di Oreste Pivetta*

Mai come nei giorni dell’epidemia si sono consumate tante parole per animare invenzioni, strepiti, indignazione, consigli, soprattutto direttive.
Mai come in questi tempi si è manifestato il carattere degli italiani, un popolo di santi, di poeti, di navigatori, più tardi di allenatori di calcio ed ora di biologi e di capi della protezione civile.
In una percentuale altissima le voci che si sono registrate su facebook o su whatsapp o, alla vecchia maniera, al telefono, indicano soluzioni, al passato naturalmente.
Cioè: si sarebbe dovuto fare, si sarebbe potuto dire…E via con le prescrizioni a ritroso.

Con sincerità ammetto che non saprei che dire di Conte e del suo governo.
Mi chiedo quale amministrazione e quale sistema sanitario sarebbero stati in grado di fronteggiare un colpo che ha provocato di giorno in giorno, di settimana in settimana, diecimila, ventimila, trentamila…sessantamila malati e relativi caduti.
Certo, giusto per ricordare Alberto Arbasino morto di suo durante il coronavirus, anche la casalinga di Voghera saprebbe bene che a un certo punto “tutti i nodi vengono al pettine”.

Così sono venuti al pettine i nodi di una sanità che ha tanti meriti (secondo la riforma sanitaria, legge 833 del lontano 1978), soprattutto quello della protezione universalistica (quale altro paese può vantarlo?), ma che è stata nel corso dei decenni deprivata per comprimere i debiti dei bilanci statali ma anche in omaggio all’infatuazione neoliberista, al “privato è bello”, ai conflitti d’interesse, ai trend berlusconiani e pure ai furti.
Mi deprime ovviamente prendere atto del silenzio connivente che accoglie il governatore della Lombardia, con mascherina (forse per la vergogna), quando impreca contro il governo, denunciando i ritardi, dimenticando però che la sua parte politica ha sostenuto, a Milano e Roma, ripetuti attentati alla sanità pubblica, misurandosi in patria con Formigoni e con Cl nella nobile lotta al coltello per la spartizione dei primariati.

Tornando a Conte, mi sembra che il suo governo, gradino dopo gradino, abbia assunto decisioni ragionevoli, non certo agevolato dall’opposizione da divano (a rileggerla questa storia rivela tutta l’insipienza di Salvini, per non dire di peggio), l’opposizione dell’apriamo tutto e, dopo pochi giorni, del chiudiamo tutto, ma neppure dalla propria maggioranza (proporre Draghi, come ha provato Renzi, significa invocare una crisi di governo, crisi che potrebbe nascondere dietro l’angolo scioglimento delle Camere e elezioni anticipate: il momento giusto, è evidente).

Coronavirus e governo Conte e, con loro, una buona parte degli italiani in clausura hanno dovuto subire l’inondazione dei cosiddetti social, in grado di giungere ovunque in mille rivoli inquinanti.
Ho ascoltato discussioni infinite che tramandavano come certezze balle spaziali o, al meglio, infondate supposizioni, cattive letture, mancate comprensioni.
Penso a quanto si è protestato a proposito di autocertificazione: ma come, cambia un giorno sì, un giorno no. Come se non mutasse la situazione, non mutasse il contesto, come se compilare un foglietto con tre dati comportasse chissà quale pena.
Le domande più frequenti in questi giorni sono state: quando finirà e che cosa cambierà. Alla prima nessuno ha mai saputo rispondere, alla seconda le risposte sono state in alternativa: cambierà tutto/ non cambierà niente.
Mantenendomi nel mezzo, in medio stat virtus, pronostico che qualcosa cambierà di sicuro e auspico che qualcosa debba cambiare e che altro (oserei dire: per fortuna) non cambi.
Ad esempio ho sentito dichiarare qua e là (Salvini in prima fila, in una logica del tutto autoreferenziale), di fronte ai presunti tentennamenti del governo, l’opportunità di un uomo forte in cima alla barricata eretta contro l’epidemia.

Lo hanno suggerito anche persone lontane da qualsiasi ambizione. Il pugno di ferro esercita ancora qualche suggestione in chi non ha ancora cancellato il fascismo dal proprio dna.
Molti si saranno posti, in maniere meno grossolane, il quesito se affrontare un’emergenza di questo genere sia compatibile con la democrazia occidentale, indicando le virtù del modello cinese (che ha alle spalle ben altra storia e ben altra tradizione politica e soprattutto religiosa): isolata una città di sette milioni di abitanti, totale rispetto degli ordini, pesante repressione di ogni dissenso, organizzazione “militare” del soccorso.
La domanda è corretta? Di quale democrazia si parla? Di un democrazia parlamentare, come quella italiana, complicata ma vera, per quanto indebolita dalla “crisi” o dalla inconsistenza dei partiti, dalla loro frammentarietà, dalla distanza progressiva dalla politica di troppi cittadini italiani più che dagli obblighi dettati dalla complessità del suo esercizio? A che cosa d’altro ci si potrebbe affidare?

Mi pare piuttosto che dall’esperienza d’oggi, che ci dice di regole insuperabili, come non si provò neppure in tempi di guerra, ma anche di trasgressioni, ci si debba interrogare sui margini della libertà individuale e sulla liceità della disobbedienza.
Si può disobbedire? Certo si può disobbedire (anche se infrangere le leggi, per quanto le si consideri ingiuste, dovrebbe avere un prezzo, come insegnava Thoreau).
Ma alla possibilità di disobbedire dovrebbe contrapporsi più forte l’utilità di un patto di convenienza.
Conviene disobbedire, quando si sa che sottrarsi all’obbligo della quarantena, può provocare altro contagio, altra malattia, altri danni? Non potrebbe valere un pensiero vagamente utilitaristico in base al quale la salute che il mio sacrificio garantisce agli altri si ritroverà nella salute mia? La tua vita è, alla fine, la mia vita.

Ma democrazia e libertà, obbedienza e disobbedienza traggono senso dalla cultura, dalla conoscenza.
Qui casca l’asino e lo scrivo seguendo un luogo comune e scusandomi per l’offesa ad un nobilissimo e intelligente animale.
Casca l’asino perché di cultura ne ho vista poco in giro e di conoscenza pure, tranne quella assai titubante, per la novità del virus, dei professori competenti.
Non potevano supplire le nozioni dedotte da wikipedia…
A prescindere da quelle eccezioni (i professori, virologi, epidemiologi, biologi, eccetera, interpellati a raffica sui nostri canali televisivi pubblici e privati), si è percepito il silenzio degli intellettuali (al di là dei sermoni di Scurati e dei consiglioni di Baricco nei panni di Donna Letizia), rotto dal frastuono delle donne e degli uomini qualunque, legittimati dal mezzo (facebook, whatsapp, twitter) a divulgare qualsiasi nefandezza, come ai tempi d’oro nelle “piazze” di Santoro.
Infatti si parla di piazze telematiche.
Di fronte a tanta abbondanza di clamori, mi pare che sia mancata la stampa (cartacea e non), nei suoi compiti di proporre, sezionare, ricordare, insegnare insomma, in-formare come aveva sostenuto Gramsci, assumendosi la responsabilità di una informazione la più completa possibile e la più onesta possibile, visto che la verità è difficile da raggiungere.

Dopo questa prova, dopo la relativa perdita di credibilità, dopo l’aggressione della comunicazione online, probabile che cambi il sistema dei media e in particolare si impoverisca il sistema dei media tradizionali, cioè cartacei.
I tempi neri del virus si sono sommati ai tempi ben più lunghi e altrettanto neri che si stanno trascinando da decenni, dolorosamente segnati dalla caduta di centralità, dalla perdita dei lettori, dalla chiusura delle testate, dal logoramento della qualità, dalla devastazione delle redazioni, infine, ora, dalla perdita della pubblicità.
Il virus ha offerto il destro agli editori intanto di tagliare e poi di sperimentare una nuova organizzazione del lavoro, vaticinata almeno trenta o venti anni fa dai teorici dell’innovazione: il cosiddetto smart working è facilissimo da applicare in campo giornalistico e assai gradito agli editori.
Il “lavoro a casa” permette di pagare meno, di costruire un giornale grazie all’impegno di collaboratori non assunti, pochi (le “firme”) ben pagati, gli altri a cottimo.
Estinzione delle redazioni significa fine di ogni conflittualità interna ma anche di qualsiasi possibilità di confronto.
Non è cosa da poco. Qui non si tratta solo di trattamenti economici, di contratti, di sindacati. Qui si tratta di democrazia, quella democrazia fondata dalla nostra Costituzione, che non a caso si dedica in poche ma solide parole al diritto di ciascuno di manifestare il proprio pensiero e alla libertà di stampa.

L’informazione dovrebbe rappresentare uno dei pilastri della nostra democrazia.
Cade l’informazione (e qui e là è già caduta) cade l’edificio.
Forse rischio l’allarmismo, che è una brutta malattia.
Ma il pericolo esiste e s’accresce se non lo si isola, se si tengono in conto gli ovvi legami, in un contesto di fragilità e di contrasti, di fragilità come quelle manifestate da un’economia globale che si riteneva inarrestabile, di contrasti come quelli che hanno paralizzato l’Unione europea, divisa tra paesi del nord e paesi del sud (Italia, Francia, Spagna), a proposito di corona bond, cioè del sostegno finanziario ai paesi più colpiti dall’epidemia.

La globalizzazione ci ha sottratto competenze e prodotti, come le famose mascherine che siamo andati a cercare in ogni angolo del mondo.
Se la storia insegnasse qualcosa, alla ripresa, l’Unione europea, in un bagno d’umiltà, proverebbe a cambiare, restituendo vitalità a quei principi di solidarietà, di unità, di vicinanza che l’avevano ispirata.
Ciascuno dovrebbe riconoscere qualche difetto: magari l’Olanda e i paesi nordici l’eccesso di rigidità, l’Italia l’eccesso di sprechi.
Così si potrebbe ridisegnare il concetto di globalizzazione, mettendo fuori gioco quell’idea di liberismo che negli ultimi quarant’anni ha consentito a pochissime persone e aziende di accumulare risorse enormi, mentre il resto della popolazione ha dovuto subire austerità e rigore, blocco dei salari e riduzione del welfare pubblico…talvolta grazie alla tecnologia, talvolta con l’alibi della tecnologia.
Ma anche il mito della tecnologia, bene assoluto, che sottrae l’umanità alle paure, alla povertà, alla fame, che assicurerà un futuro radioso, che può rendere più ricchi i ricchi e un po’ meno poveri i poveri, sta rovinando.

Il nostro day after, quando avremo concluso la conta dei morti, non sarà un cammino a ritroso nella nostra preistoria.
Ritroveremo il mondo così come lo abbiamo lasciato, solo più povero per i soliti poveri se il tempo del contagio sarà più lungo di quel “vuoto d’aria”, che auspica la grande finanza, mentre le più solide illusioni potrebbero andare in frantumi: lo sviluppo a tempo indeterminato, i consumi unico orizzonte, la libertà come indifferenza alle regole e all’altrui esistenza…
Potrebbe correre grossi rischi quell’ideologia da ipermercato che ha orientato negli ultimi decenni i nostri comportamenti e che muove tutti gli “urbani cairi” del momento.
Che cosa avranno imparato gli italiani?
Ad esempio a pagare le tasse, non solo per un astratto senso civico ma perché sono indispensabili a finanziare la sanità pubblica.
Avranno imparato a riconoscere i propri doveri (dovremmo tornare al dimenticato Mazzini), a rispettare le leggi, indispensabili al buon funzionamento della società, avranno imparato a sentirsi comunità e quindi a condividere il valore della solidarietà… Avranno magari imparato a rispettare i medici, dopo aver aggredito quelli di qualche pronto soccorso inviperiti per non essere stati “serviti” per primi.
Avranno pure imparato a sostenere l’insegnamento scolastico, a pretendere non le promozioni facili ma il massimo del rigore e della qualità. Anche questo serve alla salute.
Avranno imparato a valutare il loro tempo, adesso che ne hanno tanto di libero, e quanto poco conti la loro frenesia da shopping, da divertimento compulsivo, da movida…

Si potrebbe cambiare il mondo. Questo paese cambiò molto, dopo il fascismo, le stragi, le deportazioni.
In quegli anni la ritrovata libertà, la nuova democrazia, la fine della paura impressero uno straordinario slancio al cambiamento.
La cultura offrì il meglio… Poi molto si perse.

Ma intanto, grazie al coronavirus, entro e fuori i confini, qualcuno in più avrà capito che solo lo Stato può fronteggiare cataclismi di questo genere e tutti dovrebbero aver riscoperto la saggezza di un vecchio detto: quando c’è la salute, c’è tutto.
La brutale irruzione di una epidemia devastante in un mondo sanificato, sviluppato, ipertecnologico, ma diviso tra sfruttati e sfruttatori, tra possessori di ricchezze enormi e gli ultimi della terra, sta insegnando che non esiste economia senza la salute, senza dunque quella giustizia sociale, senza quel principio d’eguaglianza, che impongono e consentono la cura di tutti.

*Giornalista e scrittore

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