La lotta per i diritti in tempi di emergenza


Di Simona Sforza*

In questi giorni di ordinanze da Coronavirus abbiamo avuto modo di pensare e di ripensare a modelli, stili e abitudini di vita, conoscendo un po’ di più anche gli anfratti invisibilizzati e negati dei nostri equilibri precari e delle nostre fragili certezze.

Chi ha voluto e potuto lasciarsi andare a una riflessione sul proprio quotidiano avrà sicuramente avuto modo di guardare in faccia le tante storture e adattamenti obbligati in cui siamo costretti da un’organizzazione del lavoro che non sempre fa bene alla nostra vita privata e al nostro benessere.

Approcci comunicativi non sempre coerenti e spesso contraddittori non ci hanno permesso di avere uno sguardo razionale a questa emergenza. Insomma, il solito cortocircuito a cui la politica e non solo ci hanno abituato, polarizzando ogni tema, fenomeno e dibattito, senza mai ottenere dei buoni risultati in termini di corretta percezione. Nemmeno le voci del mondo scientifico hanno fatto breccia con efficacia, riuscendo a farci ragionare sulla necessità di determinate misure di contenimento della diffusione del virus. Che poi tra un “non fermiamoci” e un interesse prioritario alla tutela della salute collettiva ci siamo un po’ persi e scontrati, senza riuscire a mettere in atto una regola fondamentale, ovvero che non esiste alcun diritto se prima non viene garantito e tutelato il diritto alla salute.

Quindi con qualche temporanea rinuncia a livello personale dovremmo aver compreso e accettato di buon grado quanto positive potrebbero essere le ricadute per una dimensione, quella collettiva, spesso trascurata, snobbata, negata. Abbiamo ampiamente dimostrato che non siamo in grado di abbracciare questa importante e basilare linea di comportamento. Al posto del lamento sui profitti mancati e del lavoro perso, avrei preferito leggere più pensieri legati a una presa di consapevolezza delle cose realmente importanti.

Per questo parto dalla mia dimensione personale e desidero condividere con voi un pezzo di queste giornate da pseudo “quarantena”, con un post che ho scritto il 24 febbraio sul mio profilo Facebook:

“Mia figlia che si sveglia canticchiando… rallentiamo, prendiamoci questi momenti di “pausa” per

ricaricarci e recuperare un po’ di buon umore, che non esistono solo i dané (li terrése) e gli aperitivi, che se non andate al ristorante o al cinema o non fate il weekend fuori porta vi sentite male, ma esistono le coccole, le letture a quattrocchi, gli abbracci, i tempi lenti, tornare a parlare in famiglia, che quando sono a scuola 40 ore la settimana (come se fossero lavoratori full time) e tornano tramortiti, non c’è la serenità né il tempo per farlo. Che poi vi riscoprite genitori solo per poter bloccare un progetto di educazione contro gli stereotipi e la violenza di genere. Magari ritagliatevi un po’ di tempo con loro, sempre, non solo in occasioni di forza maggiore. Fa bene a tutti e non fatevi ossessionare da “doveri” che si possono benissimo rinviare. Che magari iniziamo a capire come meglio riorganizzare anche il lavoro e capiamo che lo smart working forse migliora la qualità della vita. Che tanto la produttività non va di pari passo con il tempo impiegato a scaldare la sedia. Che pensare che più tempo a scuola non sempre corrisponde a una formazione di qualità.”

Cosa sono per me questi giorni di pausa, in cui gran parte delle cose che avevo pianificato e programmato sono saltate? Sono essenzialmente tempo per riflettere su tanti piccoli grandi aspetti della mia vita, che già di suo ha subito negli anni numerosi cambiamenti, stravolgimenti, riadattamenti continui, tanto che forse mi sono abituata all’idea del non poter controllare tutto e che nulla è immutabile. Sin dai tempi dell’università ho adottato una sorta di flessibilità, di adattamento continuo a seconda delle materie da studiare. Cosa che mi è servita poi nel mondo del lavoro e nella mia multiforme capacità di adattamento. Sono un po’ camaleontica per necessità e ogni passaggio è stato frutto di una scelta tortuosa, complessa, a volte obbligata, ma alla fine ho sempre cercato di ripristinare un equilibrio, consapevole di quanto fosse comunque precario. I momenti in cui sbuffi, ti lamenti, ti opponi ci sono, ma poi in qualche modo occorre trovare una soluzione che riusciamo più o meno a indossare senza troppi fastidi. Che se ci strizziamo per farci rientrare in un vestito “troppo stretto” di vita e lavorativo non va affatto bene.

In questi tempi è emerso ancora una volta come il carico di cura sia tuttora assai sbilanciato e a carico delle donne. La chiusura delle scuole, necessaria e ineludibile, ha creato non pochi problemi di gestione e di conciliazione, come d’altronde accade in caso di malattia dei figli o di scuola chiusa per vacanze. Chi non ha i nonni o entrate sufficienti per una tata si è trovata di fronte ai consueti problemi, eppure se ci pensiamo, sono gli stessi di prima, allorquando la scuola non può essere la soluzione ad ogni problema di conciliazione. Qualcuno, come il Moige, ha provato a proporre qualche richiesta (che va bene, a patto che i permessi non siano ad esclusivo carico delle madri). In queste ore si lavora proprio su questo versante (qui).

Il non poterci permettere interruzioni, che non fa rima solo con il precariato o con contratti strambi o col lavoro autonomo: questo è il nocciolo del problema. Pensare che noi coincidiamo e siamo il nostro lavoro, un altro pezzo del problema. Pensare che il nostro valore e la nostra priorità sia il nostro lavoro e quanto ci rende. Quando c’è un valore negato a tante attività “gratuite”, di cura, di solidarietà, di sostegno sociale, che sono invisibili ma vanno a creare valore, colmare i vuoti, permettere che l’economia visibile possa mantenersi in piedi.

Il richiamo e l’invito allo smartworking in questi giorni si è fatto necessità, per cause di forza maggiore oggi si scoprono modalità di organizzazione del lavoro alternative, spesso mal digerite da tanti vertici aziendali che preferiscono vedere il gregge a sformare le sedie, piuttosto che riorganizzare il lavoro. In questi giorni anche l’aria e l’ambiente hanno tratto benefici. Ristrutturare i modelli non solo in concomitanza di emergenze, ma sulla base di un intelligente sviluppo che tenga al centro il benessere del lavoratore o della lavoratrice, la sostenibilità di certi modelli di sviluppo e di produzione di ricchezza. Senza dimenticare che di strumenti di conciliazione dovrebbero aver bisogno anche gli uomini. Insomma, le resistenze a ripensare i modelli lavorativi vengono meno solo se non se ne può fare a meno. Ma non si tratta solo di smartworking e di flessibilità, perché ahimé quando conviene al datore di lavoro, la reperibilità e la disponibilità h24 in remoto, da casa, la esigono e la pretendono.

E qui alcuni nodi vengono inevitabilmente al pettine. In questo articolo pubblicato su

InGenere nel 2017, si parlava esattamente di questo e dei rischi connessi a un certo abuso delle nuove prassi del lavoro agile.
Perché come al solito le soluzioni senza regole e tutele rischiano di peggiorare le cose. Quindi in assenza di meccanismi che limitino il fenomeno della connessione continua dei lavoratori, è probabile che si creino abusi e che si pretendano prestazioni lavorative al di fuori di qualsiasi regola.

“Il principale problema che si pone con riferimento al diritto alla disconnessione è quello della sua effettività, ovvero di come assicurarne la concreta applicazione. Al riguardo, il dettato normativo richiamato desta qualche perplessità, in quanto il diritto di disconnessione non è altro che formalmente dichiarato, senza che si prevedano strumenti specifici per la sua attuazione.”

I diritti quindi rischiano di affievolirsi e i confini tra lavoro e vita privata finiscono per assottigliarsi, con un’invasione preponderante e sgradita del primo. Quanto poi sia possibile per tutti condurre nel medesimo ambiente domestico lavoro e compiti di cura, quanto questo non rappresenti un notevole sovraccarico di impegno, quanto i risultati siano davvero a benefici, quanto poi questo sia un ulteriore elemento di segregazione di genere, quanto poi certe soluzioni samrt siano fruibili esclusivamente da alcune professioni: sono i tanti interrogativi che attendono risposte.

“Significa che se ad optare per questa modalità di esecuzione dell’attività lavorativa, con l’obiettivo di ottenere tempo “liberato” per attendere ad attività di cura, saranno di fatto le donne, esse potranno ritrovarsi maggiormente esposte alle relative criticità. A ciò si aggiunga che la mancata previsione di una qualunque forma di intervento della contrattazione collettiva non consente di assicurare la genuinità del consenso espresso dal lavoratore.

In altri termini, la flessibilità funzionale della prestazione lavorativa, con riferimento a spazio e tempo, che caratterizza il lavoro agile, si può certamente prestare a soddisfare istanze di conciliazione, ma non le garantisce di per sé, se i lavoratori non godono di sufficiente autonomia nella determinazione in concreto delle modalità di esecuzione della prestazione e di adeguate tutele per i loro diritti. Diversamente, rischia di risolversi nel rafforzamento dei poteri unilaterali del datore di lavoro.”

È come voler cambiare tutto, ma nascondere i problemi sotto il tappeto, lasciando i compiti di cura ancora per la maggior parte sulle spalle delle donne. Quindi, stiamo attenti che telelavoro e smartworking non diventino forme di ulteriore oppressione di genere, esasperando e allargando le disuguaglianze. Cerchiamo di non dare per “buone” in assoluto forme di conciliazione tra lavoro produttivo e riproduttivo, che poi anche quello riproduttivo produce di per sé welfare e quindi valore. Domandiamoci come redistribuire i compiti di cura, di figli, di anziani, di persone non autosufficienti, senza che si attuino nuove forme di sovraccarico per le donne, a vantaggio ancora una volta del profitto e delle aziende. Non diamo nulla per scontato, anche se da sempre il lavoro invisibile di cura lo è.

C’è poi chi rileva che se i tempi dello smartworking si allungano e diventa qualcosa di “obbligato” si rischia di “rischia di far calare la motivazione e produttività”.
Ma in un contesto in cui non c’è strutturazione reale di queste nuove modalità, in cui non c’è una rivoluzione dell’organizzazione aziendale compatibile con lo smartworking chiaramente la sua applicazione diventa sghemba. Lo stesso vale per forme improvvisate di “smart schooling”, che possono entrare in conflitto con il lavoro da casa. Eppure, ciascuna/o di noi ha le risorse per trarre il meglio da questa situazione straordinaria, perché possiamo e dobbiamo fare tutti la nostra parte, nulla vale più della salute. Anche i nostri figli impareranno da questi giorni a organizzare un nuovo metodo di studio, sosteniamo il loro desiderio di autonomia, incoraggiamo la loro voglia di fare da soli e di riuscire a farlo, anche questo serve, esattamente come quando si arriva all’università e occorre adottare nuovi stratagemmi e tabelle di marcia per arrivare preparati all’esame. Abbiate fiducia e date fiducia.

Ancora una volta ci ritroviamo nella crisi ad affrontare le muraglie di un sistema che non è assolutamente a misura di donna, che però chiede sacrifici e piena disponibilità proprio a noi. Ma questo lo sappiamo bene. Anni di letteratura femminista lo hanno svelato.

Vi invito a leggere cosa scrive Lea Melandri sul Riformista, partendo dal tema di una nuova legge elettorale e allargando lo sguardo in modo lucidissimo:

“Prima ancora di inscrivere in una legge elettorale la parità numerica tra due sessi, sarebbe necessario cambiare uno dei pilastri della cultura e dell’immaginario maschile, e cioè l’articolo 37 della Costituzione in cui, da un lato, si dice che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”, e, dall’altro, che “le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”. Il soggetto, la figura di riferimento, su cui viene misurato lo svantaggio da colmare, affinché non vi siano discriminazioni, è il “lavoratore”. Qui non c’è l’equivoco del neutro: parlando di lavoratrice e lavoratore è chiaro che si tratta di due sessi, ma già nel modo in cui sono nominati c’è qualcosa di più della semplice connotazione sessuale. Da una parte c’è la “donna lavoratrice”, dall’altra soltanto il “lavoratore”. Il soggetto femminile ha dunque una duplice fisionomia, due volti, due appartenenze: una è quella che viene dalla sua inclusione nella sfera produttiva, e che la assimila nella parità dei diritti e della retribuzione al modello maschile. In questo caso l’uguaglianza comporta la cancellazione dell’appartenenza a un sesso, che ricompare, invece, come “differenza ” quando si parla di quello che è stato considerato il compito “naturale” della donna, in quanto “genere”. Visto dal versante del suo destino domestico , il lavoro appare solo una aggiunta, un elemento secondario, sia in ordine di tempo, che di significato e valore.

Uguaglianza e differenza: è il dilemma, senza via d’uscita, che la modernità ha messo sulle spalle delle donne, per non dover ammettere che non si tratta semplicemente del divario rispetto a un ordine già dato, ma della messa in discussione di quello stesso ordine che ne è la ragione prima. Finché le “condizioni di lavoro”, così come costruite dai sistemi economici e politici maschili, si pensano svincolate dalla riproduzione della società -cura, conservazione della vita,ecc.- solo perché questo sarebbe compito e responsabilità dell’ altro sesso, non ci sarà numero di seggi parlamentari femminili sufficiente a garantire alle donne la libertà di esprimere a pieno la loro umanità, e agli uomini di procedere meno soli e distruttivi nel governo del mondo.”

Suffragette Sylvia Pankhurst created several watercolours depicting women workers in the cotton mills of Glasgow and the Staffordshire potteries in 1907 to highlight working women’s rights on pay and conditions @womensart1

Non mancano le norme in Italia, solo per citarne alcune: già a distanza di una manciata di anni dalla Costituzione veniva promulgata la legge del 26 agosto 1950 n. 860 tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, con l’importante introduzione del divieto di licenziamento, purtroppo negli anni ampiamente aggirato, nel 1977 la legge n. 903 sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di lavoro, la legge del 1991 n. 125 sulle azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro, la legge del 2000 n. 53 sulle disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi della città, la stessa legge 81 del 2017 sul lavoro agile con tutti i suoi limiti.

Eppure, è sempre una questione di punto di vista e di partenza, di un sistema che non vuole ripensare radicalmente i ruoli, il potere, le gerarchie e le aspettative legate al genere. Turba le menti dei più pensare che gran parte delle soluzioni, delle regole, degli impianti si fondino tuttora su una cultura e su un sistema patriarcale. Crea molti problemi anche tra le donne, che in gran parte non ne hanno ancora piena consapevolezza, che i diritti sono ancora parziali, che sono briciole, contentini per continuare a replicare modelli di produzione, rapporti tra i sessi, consuetudini e carichi dati per scontati.

Quella costruzione dell’art. 37 rappresenta appieno il perimetro entro il quale a noi donne è concesso muoverci, siamo pari sulla Carta, ma evidentemente impari nei fatti, nella realtà, se poi quotidianamente è da noi che ci si aspetta un doppio carico “naturale”.
In questa “attesa” ci siamo crogiolate e abbiamo acconsentito ai voli pindarici in cui ci siamo costrette, pur di restare anche nel mondo del lavoro produttivo. Ed insieme ai nostri voli pindarici abbiamo chiesto anche ai nostri figli di seguirci, somministrando loro 40 ore settimanali di scuola, come se i bambini fossero anch’essi piccoli soldatini di questo sistema. Che qualcuno si preoccupi anche del loro benessere? Delle loro emozioni e dei loro bisogni? I tempi e le qualità delle nostre vite hanno subito inevitabili ripercussioni.

Una crisi sanitaria come quella dettata dal coronavirus, con soluzioni emergenziali, spesso a pezzi, con chiusure non diffuse e omogenee come è accaduto in Cina, hanno solo fatto emergere la precarietà di un equilibrio che tuttora si regge sulla capacità delle donne di “farsi carico”, di stringere i denti, di adattarsi, di contenere qualsiasi contraccolpo. Così il sacrificio è un po’ meno collettivo, e assai sbilanciato, ancora una volta. Paghiamo molto in quanto donne, ma questo sempre, non solo in situazioni di emergenza. Se solo fossimo tutte unite e in grado di accorgercene in tempi “normali”, potremmo iniziare a ragionare finalmente in modo nuovo. Ancora una volta, l’invito è di uscire dal proprio privato e allargare lo sguardo, smettendo innanzitutto di abbracciare col sorriso qualsiasi espressione di un modello di sfruttamento capitalistico. Libertà non fa rima con liberismo, profitto, egoismo. Che per soddisfare le esigenze del mercato del lavoro “locomotiva che mai si ferma” abbiamo dovuto accettare di tutto. Ogni tanto soffermatevi a osservare tutto questo e toccate con mano i risultati, ma per davvero. Quando parlate di futuro…

Il messaggio più bello che si sarebbe dovuto dare sin dai primi giorni: riscoprite il valore della solidarietà, tra generazioni, tra vicini, dell’empatia, del saper considerare anche il punto di vista e la situazione di chi è più fragile ma ha pari diritti, non meno come qualcuno suggerisce, il bello di rallentare e confrontarci con le cose veramente importanti, il senso di collettività e di collaborazione per un benessere diffuso e condiviso. Invece, siamo qui a difendere un pugno di abitudini di un pugno di cittadini che come nel mito della caverna sono stati abituati a conoscere solo una cosa, il mercato, i soldi, il profitto, lo sfruttamento capitalistico da produci-consuma-crepa, noi numeri di un ingranaggio malefico. Non manifestate per i diritti e contro i cambiamenti climatici, non siete credibili. La vera socialità e la collettività come bene comune sono altro da ciò che ci vendono.

Ne usciremo sicuramente, ma mi auguro un po’ diversi, un po’ migliori, soprattutto più consapevoli. Non siamo e non esistiamo solo in relazione al nostro lavoro e alla nostra produttività, che le cose ci riguardano sempre anche se non toccano noi direttamente. Insomma, impariamo un po’ la misura e ricalibriamo le nostre priorità. Questa pausa forzata deve permetterci di capire quanto può farci bene rallentare e confrontarci con il silenzio, fuori dalle corse quotidiane e dalla routine.

Stipiamo le nostre giornate all’inverosimile forse perché abbiamo paura di ascoltare il rumore che facciamo dentro e per non interrogarci mai. Non lo insegniamo più nemmeno alle giovani generazioni, preferiamo che le pentole a pressione covino tutte le emozioni dentro, facendo attenzione che restino dentro. Mille attività e tempi strapieni per non permettere l’emergere di cose che tanto prima o poi tutti dobbiamo affrontare. Dobbiamo uscire da tutto questo, non solo dal problema del coronavirus.

Intanto, buon 8 marzo, quest’anno la lotta la possiamo esercitare con la riflessione e attuando piccoli ma significativi cambiamenti, ricalibrando i nostri obiettivi e mettendo a fuoco tanti piccoli tasselli che continuano ad allargare le discriminazioni di genere e a ridimensionare beni comuni preziosi come un Servizio sanitario nazionale pubblico e universale.

* Coordinatrice Democratiche Municipio 7

Qui l’articolo in forma sintetica pubblicato su Mammeonline.net

Immagine di copertina: “Hana Shafi’s ‘Tireless Mural’ @womensart1 – La lotta per l’uguaglianza è un lavoro instancabile. Vuoi unirti a noi?”

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