Il diritto di voto alle donne


Le italiane iniziarono a rivendicare il diritto al voto nel 1861, chiedendo l’estensione a tutte le donne di tutti i diritti che erano già concessi nei territori in cui vigeva il codice austriaco (era previsto il voto per procura). Non si approdò a nulla e quindi le “emancipazioniste” diedero vita al movimento suffragista italiano.
Nel 1906 i comitati pro voto (con una petizione di Anna Maria Mozzoni, sottoscritta da oltre 10.000 donne) promossero l’iscrizione delle donne aventi i requisiti di censo e capacità imposti dalla legge alle liste elettorali, appellandosi al fatto che lo Statuto Albertino non vietasse esplicitamente il voto alle donne.
Tutte le richieste venivano bocciate dalla magistratura.
Vi fu un’unica eccezione, quella della Corte d’Appello di Ancona, presieduta da Ludovico Mortara, basandosi sul fatto che lo Statuto prevedeva che uomini e donne dovessero pagare le tasse, senza eccezioni.
La Cassazione di Roma emise una sentenza che dichiarò inammissibile l’iscrizione delle donne alle liste elettorali, valutando che lo Statuto non aveva ritenuto necessario specificare l’esclusione delle donne, in quanto la considerava implicita.

Nel 1912, anno dell’approvazione del suffragio universale maschile, Anna Kuliscioff dichiarò: “Ormai l’italiano per essere un giorno cittadino non ha che una sola precauzione da prendere: nascere maschio”. I tempi non erano maturi? A giudicare da certe affermazioni forse sì. Giolitti sosteneva che “la donna insomma era in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sé“.

La legislazione dell’epoca sottometteva le donne, equiparandole ai minori, nella società, nella famiglia e nel lavoro.
Le fondamenta della concreta realizzazione del suffragio femminile furono poste con la promulgazione del decreto legge luogotenenziale del 25 giugno 1944, n. 151, con il quale si stabiliva che alla fine della guerra si dovesse eleggere una Assemblea Costituente a suffragio universale diretto e segreto, per scegliere la nuova forma di Stato e preparare la nuova Carta costituzionale.

Uomini e donne erano stati privati dei diritti politici durante il Ventennio, c’era un’intera generazione cresciuta senza poter esercitare questi diritti e senza conoscere altre formazioni partitiche al di fuori di quella fascista.
C’era da “alfabetizzare” un intero popolo alla politica, alla partecipazione, all’espressione delle proprie istanze, alla democrazia rappresentativa. Ancora più importante diventava la formazione delle donne, escluse da sempre, ritenute non idonee alla politica e alla vita pubblica.
Segregate per anni nel ruolo di madri e spose dal Duce, che inizialmente le aveva illuse con la legge Acerbo che dette il voto alle amministrative solo ad alcune categorie di donne: quelle decorate, alle madri dei caduti, quelle che avevano studiato.
Ricordiamoci però che le libere elezioni furono soppresse.

Nel 1944 venne fondata a Roma l’Unione donne in Italia (Udi), tuttora attivissima e impegnata, per riunire donne di diverso orientamento politico e spingere le italiane alla partecipazione, aiutando le nuove elettrici.
L’Udi nacque su iniziativa di alcune esponenti dei gruppi di difesa della donna (GDD) tra le quali Marisa Rodano, Rita Montagnana, Giuliana Nenni. L’obiettivo era convincere quante più donne dell’importanza di andare a votare: tutto era da ricostruire, anche la democrazia, la voglia di impegnarsi era immensa.
Successivamente anche le donne cattoliche decisero di fondare una propria organizzazione, il Centro italiano femminile (Cif). Queste due associazioni formarono il Comitato pro voto, nell’ottobre del 1944 e presentarono al CLN una petizione per la concessione del diritto di voto alle donne, ricevendo in risposta un impegno formale.
La questione arrivò all’esame del Consiglio dei ministri a fine gennaio 1945 e nonostante le perplessità di repubblicani, liberali, azionisti, si promulgò il decreto luogotenenziale n° 23 (del 1° febbraio 1945, il decreto Bonomi) che prevedeva il suffragio attivo, con esclusione delle prostitute schedate che esercitavano fuori dalle case chiuse.
Per la concessione dell’elettorato passivo dovremo attendere il decreto n° 74 del 10 marzo 1946.

Le donne votarono per la prima volta alle amministrative del 10 marzo 1946, ma le elezioni politiche del 2 giugno 1946 (si votò contemporaneamente per il referendum monarchia/repubblica) assunsero un valore simbolico enorme.
Oltre l’89% delle donne aventi diritto (più di 14 milioni) si recò a votare.
All’assemblea costituente vennero elette 21 donne (su 556 persone).

Simona Sforza
Democratiche Municipio 7

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