Il cammino verso la legge 194


Al principio fu la battaglia contro una delle più evidenti espressioni dell’assetto patriarcale della società.
Un movimento che si batté per garantire alle donne l’accesso all’aborto, libero, assistito e gratuito.
Una pratica che era clandestina, esisteva, veniva gestita in modo diverso a seconda delle condizioni e delle disponibilità economiche della donna, tra ginecologi, ostetriche e mammane.
Differenze di classe e di censo che decidevano della salute della donna.
Ci si scontrava contro leggi che bollavano la contraccezione come “attentato all’integrità della stirpe”, come da Codice penale Rocco, e l’aborto era considerato un crimine per lo Stato italiano e un omicidio per la Chiesa.
Nonostante questo contesto medievale, le donne abortivano clandestinamente con ogni mezzo, tra sonde, chinino, prezzemolo e altre pratiche più o meno rischiose.
Decidere sul proprio corpo, quando questo corpo per secoli era stato considerato appendice, proprietà, oggetto in possesso dell’uomo.
Il 14 marzo 1971, la Corte Costituzionale dichiarò incostituzionale l’art. 553 del c.p. che prevedeva pene severe per chiunque pubblicamente incitasse a pratiche contro la procreazione o facesse propaganda su di esse.
Una sentenza che aprì le porte alla contraccezione.
Il primo tentativo di avviare la discussione in Parlamento avvenne con il ddl del socialista Loris Fortuna nel 1973, che raccolse 800.000 firme (per la parziale depenalizzazione dell’aborto).
A partire dal 1973 il CISA (Centro Informazione Sterilizzazione Aborto) avviò l’apertura di strutture in cui praticare in sicurezza le IVG.
Alcune donne e gruppi di donne iniziarono ad autodenunciarsi, avviando processi politici (ricordiamo Gigliola Pierobon nel 1973 e 263 donne di Trento nel 1974).

Nel 1974 il Movimento di Liberazione della Donna raccolse in una settimana 13.000 firme perché in Parlamento si discutesse urgentemente sull’aborto.
Arrivò la proposta di legge del PCI, mentre la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’art. 546 del c.p. che non consentiva alcun tipo di scelta alla donna, nemmeno in caso di pericolo per la sua vita. “[…] Non esiste equivalenza tra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione, che persona deve ancora diventare” – sentenza n. 27 del 1975 della Corte Costituzionale
Nel 1975 furono raccolte 750.000 firme per un referendum abrogativo sulle leggi fasciste sull’aborto.
A marzo 1976 il Parlamento si svegliò e iniziò l’esame di un disegno che unificava varie proposte.
Il 2 aprile 1976 DC e MSI votarono contro l’art. 2, perché ritenevano l’aborto un reato.
Il giorno dopo 50.000 donne manifestarono e non si fermarono più fino all’approvazione della 194, il 22 maggio 1978.

Simona Sforza
Democratiche Municipio 7

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