L’odio per Marchionne è l’odio di chi difende il potere consociativo


In occasione delle gravi condizioni in cui versa Sergio Marchionne, e dell’odio diffuso che anche questa tragica notizia ha generato nei commentatori sui diversi media (privi anche della minima umanità che si deve a chi lotta fra la vita e la morte), pubblichiamo un contributo di Massimo Viegi del circolo PD MiMa XXV Aprile, che ben rappresenta il lavoro di modernizzazione portato avanti dall’ormai ex AD del gruppo FCA.

Avendo seguito in prima persona le vicende Fiat da ben prima dell’era Marchionne non posso fare a meno di notare che, tranne poche eccezioni, quelli che ne scrivono oggi non li ho mai incontrati. Né davanti ai cancelli, né alle presentazioni dei piani industriali, ai saloni, tra le linee di montaggio, alle conferenze stampa. E infatti non fanno altro che continuare, tra numeri in parte inesatti inesatti e in parte inventati su dipendenti, piani industriali, produzioni, la speculazione ideologica che da sempre circonda la Fiat prescindendo dalla Fiat.

Quello che in realtà si imputa a Marchionne non è di aver salvato una fabbrica ormai fallita, ma di averlo fatto facendola uscire dal sistema di potere consociativo di cui per decenni era stato il braccio economico. Di aver messo fine al fatto che si aprono fabbriche e si fanno assunzioni non perché servono fabbriche e assunzioni, ma perché servono voti. Si comprano aziende non perché servono ma perché serve mantenere certi equilibri politici. Si firmano contratti non in base ad un compromesso tra le esigenze aziendali e quelle dei lavoratori, ma per sancire equilibri nazionali tra corpi intermedi.

Questo “peccato” ha fatto sì che tutto il dibattito nazionale intorno a Marchionne e la Fiat sia avvenuto a prescindere dai fatti riguardanti Marchionne e Fiat. Chi i fatti li viveva, e le parole le ascoltava, non poteva che rimanere stupefatto di fronte ad un dibattito che costantemente parlava d’altro.

Una parte di quel che ha comportato l’era Marchionne dal punto di vista industriale è sotto gli occhi di tutti (almeno di chi non li ha chiusi): in Italia esiste ancora un’industria dell’auto, con produzioni fino a pochi anni fa impensabili e pure con buone prospettive. Ma per me c’è una parte ancora più importante: Elkann scrive “ci ha insegnato a pensare diversamente”. Io la direi così: nessuna industria dell’auto è certa di esistere ancora tra 20 anni, né Daimler, né Toyota né GM, né FCA, nessuna, ma è sicuro che quelle che esisteranno avranno la struttura globale che FCA, per prima, si è data e oggi ha. Globale non solo come produzione ma come fusione di culture industriali e manageriali diverse. Forse solo Renault/Nissan, non a caso diretta da un altro “apolide”, il franco brasiliano libanese Ghosn, ha fatto qualcosa di simile.

Poi c’è un lascito politico, da sempre accuratamente evitato dal dibattito. Quando questa sbornia sovranista, di destra e di “sinistra”, sarà passata, qualcuno dovrà porsi il problema di come costruire un vero sistema industriale, sindacale e di wellfare europeo. E allora verrà buono quel che veniva detto da Marchionne nel 2007/9 e che costantemente era ignorato da chi di Fiat parlava per promuovere i propri interessi, o da chi scrive di operai senza averne mai visto uno e di industria senza aver mai varcato un cancello

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