Mettiamo a fuoco l’identità del PD


di Mario Rodriguez su l’Unità

È innegabile, l’identità del PD non è ben definita. L’immagine è un po’ sfocata, i confini non sono bene a fuoco. Ma l’identità è un processo, si costruisce agendo, distinguendosi. Facendosi “identificare” come qualcosa, non “assomigliando” a qualcosa che (forse) c’è stato. E, se esiste, è soprattutto nel racconto che oggi facciamo del passato.

Il limite di questi anni non va ricercato in quello che il segretario del PD ha fatto ma in quello che non ha fatto, o non ha saputo stimolare, soprattutto sul terreno culturale. C’è stata troppa timidezza nel difendere la scelta di essere una formazione politica caratterizzata dal voler tenere insieme visioni diverse che convergono su programmi e che condividono le regole del gioco della competizione per la leadership e delle cosiddette primarie. Che non pensano cioè che un’organizzazione possa esistere solo se tenuta insieme dal cemento di una sola ideologia condivisa.

Non si è sostenuta con forza la convinzione che un’organizzazione che cerca di raccogliere il maggior consenso possibile sulle policies e non sulla politics significa avere un pensiero forte non debole. Non avere una sola ideologia significa costruire un’identità politica nuova e soprattutto più adatta alla complessità crescente della nostra società.

A conferma di ciò, infatti, anche nel PD c’è molta, troppa confusione sul concetto di vocazione maggioritaria. Su questo bisognerebbe che il leader del PD facesse chiarezza. Vocazione maggioritaria era e dovrebbe rimanere l’ambizione di costruire un partito post ideologico, plurale o almeno non mono ideologico. Io preferisco non ideologico intendendo per ideologia quello che sosteneva Arendt (pensare che una sola idea basti a spiegare ogni cosa nello svolgimento dalla sua premessa e che nessuna esperienza possa insegnare alcunché dato che tutto è compreso in un processo coerente di deduzione logica). Un partito che ambendo a raccogliere la quantità di voti necessari per governare si propone di trovare al proprio interno le convergenze di visioni necessarie per quell’obiettivo.

E questo vale anche con un sistema elettorale che tende al proporzionale più che al maggioritario. Per questo anteporre la coalizione alla definizione della proposta elettorale è un errore. Tarpa le ali, impedisce appunto di definire la propria identità come partito che si rivolge ai più parlando delle questioni che oggi sono sul tavolo delle decisioni da prendere. Se ci sono a sinistra formazioni che hanno visioni diverse avanzino le loro proposte e si competa senza chiudere la porta a possibili collaborazioni dopo l’esito elettorale e alla luce dei rapporti di forza che gli elettori avranno determinato con le loro scelte.

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