Di cosa parliamo quando parliamo di populismo


di Mario Rodriguez (pubblicato su L’Unità)

Per combattere il conflitto fra élites e popolo bisogna dare risposte ai bisogni della vita quotidiana

Temo che l’uso del termine populismo sia una sorta di al lupo al lupo!. Accade qualcosa che non ci aspettavamo e che ci preoccupa e lanciamo un allarme.

Sembra un allarme che funziona perché molti hanno paura del lupo. I nostri bambini (la nostra comunità, il nostro popolo) sono stati educati con l’idea che il lupo è cattivo. Si pensa che se gridiamo al lupo, al lupo, i pigri, i distratti si mobiliteranno, ci capiranno, ci voteranno.

Così continuiamo a considerare i coinvolti dal fenomeno con paternalismo e aristocraticismo e ci ostiniamo a non riconoscerli come portatori di visioni diverse non solo da rispettare ma da comprendere.

Ma il problema è che gli “altri” non vedono il lupo, anzi a qualcuno il lupo piace pure. Gli piace il selvaggio, il naturale, non importa che non abbiano pecore o galline da difendere, loro vivono in città. Il lupo è quello dei cartoon o del Wwf! Però è il loro modo di vivere le cose. Quando sentono gridare al lupo, al lupo pensano che non sia un problema loro e che lo si faccia solo in modo strumentale.

Allora bisogna ripartire dalle “cose stesse”, dai fenomeni che viviamo e che cataloghiamo tra le cause del populismo e quindi tra i problemi da risolvere.

Cerchiamo di usare con parsimonia la parola populismo, vediamo se ce ne sono altre più connotative per spiegare cosa avviene. Anche perché populismo è parola vecchia e usarla per descrivere fenomeni nuovi non aiuta a comprendere i fenomeni stessi.

Allora quali fenomeni stiamo vivendo e dobbiamo comprendere?

In primo luogo credo sia necessario descrivere bene come si comportano coloro che definiamo “populisti”, che biografie hanno, che decisioni assumono, come vivono il nostro tempo. Che tipi di lupi sono? Mangiano davvero le galline?

Dobbiamo mettere bene in evidenza perché, per noi, i populisti sono un pericolo per la democrazia. Non possiamo dare per scontato che l’uso del termine generi senso e consenso.

Io direi che il populismo attuale rappresenta prima di tutto la fase nuova di un contrasto antico connaturato alla cosiddetta democrazia dei moderni (non è un caso che la Casaleggio Srl scomodi Rousseau). Non è un’eccezione ma il ritorno di un conflitto connaturato alla democrazia, il rapporto con il demos appunto.

Scrive Jan-Werner Müller (What is Populism, Penn, 2016): “Il populismo non è né la parte autentica della moderna politica democratica, né un tipo di patologia causata dacittadini irrazionali. È l’ombra permanente della politica rappresentativa”.

È il riapparire di persone che “parlano” in nome delle persone in carne e ossa e che criticano le élite. Ma non tutte le critiche alle élite sono populismo. E non tutti i populisti sono contro il principio della rappresentanza politica; molti insistono sul fatto che soltanto loro sono i rappresentanti legittimi, i veri interpreti della gente, delle “persone comuni”. Qui sta il nocciolo duro della loro “illiberalità”: la negazione del pluralismo.

Quindi dobbiamo spiegare perché questo fenomeno è riapparso negli anni recenti mettendo bene a fuoco soprattutto le differenze con il passato e le peculiarità del nostro tempo.

Tra queste richiamerei brevemente: le conseguenze della quarta rivoluzione tecnologica; la diffusione di nuovi modi di vivere e lavorare; i nuovi livelli di education e di informazione; la mondializzazione dell’economia e i processi di globalizzazione; il consolidamento delle interdipendenze; l’affermazione della multipolarità negli equilibri geo politici; la secolarizzazione; la crisi dei sistemi gerarchici che ancora reggevano alla fine della seconda guerra mondiale; la crisi dei sistemi di autorità connessi alla gerarchia; l’avvento della società individualizzata di massa. E quindi il crescente conflitto tra principio di competenza e principio di rappresentanza, appunto tra élite e popolo.

Tutto questo porta all’accrescimento delle difficoltà di funzionamento delle società democratiche.

Difficoltà già avviatesi alla fine del secolo scorso. E alle decrescenti performance dei sistemi politici in un contesto non solo di crisi economica ma di ridefinizione degli equilibri su base mondiale.

Le persone vivono un disagio caratterizzato dalla fine di quella certezza del miglioramento delle loro condizioni di vita che aveva caratterizzato tutta la seconda metà del 900 ed esploso con la fine della guerra mondiale e la ricostruzione post bellica.

Il ritorno (non nascita perché non è un fenomeno nuovo) della sfiducia per le élite è strettamente legato al fatto semplice ma concreto che “le cose non vanno”.

Il consenso ai partiti di massa della seconda metà del novecento può essere considerato certo adesione a forme culturali (religioni civili) ma era fortemente ancorato al fatto che le cose funzionavano, la vita quotidiana migliorava per tutti (chi più e chi meno, ovviamente).

Allora la contrapposizione al populismo non passa dalla sua demonizzazione ma dal rimettere in moto le istituzioni, il loro funzionamento, per poter arrivare alla soluzione (parziale e provvisoria, certo) dei problemi della vita quotidiana. Le persone chiedono di essere governate bene, di essere messe in condizione di vivere nel miglior modo auspicabile. Sentirsi rappresentato significa vedere le proprie preoccupazioni prese in considerazione se non risolte del tutto.

E le persone si mobilitano soprattutto quando le cose non vanno! Per questo il funzionamento delle istituzioni democratiche e delle politiche pubbliche è essenziale.

Per questo con la vittoria del No al referendum si è persa una grande occasione e con le incertezze drammatiche sulla legge elettorale si danno nuovi argomenti alla critica alle élite.

Il contrasto al populismo si fa quindi in primo luogo comprendendone le cause o meglio comprendendo le ragioni di coloro che lo fanno vivere e secondariamente mettendo in atto politiche concrete che entrando nella vita quotidiana delle persone inducano un cambiamento sensibile nel rapporto tra demos e élite.

 

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