RIPARTIRE DOPO UN REFERENDUM (Il governo e il partito)


di Paolo Raffaldi.

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Prendo le mosse da un recente intervento di Michele Salvati per provare a porre all’attenzione generale qualche considerazione politica di rilievo su quanto si è fatto sin qui e quanto occorrerà fare nei prossimi mesi come PD. Occorre partire innanzitutto dalla nostra esperienza di governo (la più importante forse per la storia recente della sinistra italiana):

“Se si dà all’espressione «governo» un significato forte — un indirizzo politico capace di invertire mediante riforme incisive il declino del nostro Paese — è difficile negare che Renzi abbia provato a governare in questo modo. La stessa riforma costituzionale sulla quale è caduto era una riforma di grande rilievo per la governabilità. Così com’era e rimane una riforma importante quella sul mercato del lavoro. E come lo sono numerose riforme attuate o parzialmente attuate nel corso del suo governo, dalla scuola alla giustizia, dalla pubblica amministrazione alle riforme fiscali. Su tutte queste, e su altre di minor rilievo economico, è possibile avere riserve o dissensi, ma l’insieme rivela un progetto riformatore non eguagliato dagli altri governi che si sono succeduti nel nostro Paese da quando è entrato nel Sistema monetario europeo.”

In merito a questo non credo ci possano essere dubbi di sorta: si tratta oggi di consolidare, correggere e perfezionare l’azione di governo intrapresa. Questo potrà avvenire anche in forza di un cambio generazionale che immancabilmente sta prendendo forma all’interno del partito e più in generale nella società italiana. Occorre che le migliori risorse del PD si adoperino per favorire una condizione più avanzata di prassi politica che, in forza di una ritrovata e rinnovata elaborazione culturale, sappia darsi un orizzonte di senso ispirato ai valori della sinistra, della democrazia, del riformismo nel nostro tempo.

Accanto a ciò resta il tema istituzionale e, nella presente congiuntura, quello relativo al sistema elettorale:

“Per evitare che il Paese cada nel baratro dell’ingovernabilità il governo dev’essere abbastanza forte da resistere a una minoranza consistente di cittadini e movimenti politici ostili. Di conseguenza è probabilmente inevitabile adattarsi alla strategia del «meglio meno, ma meglio»: la frase è di Lenin, ma rende l’idea anche in un contesto democratico.”

Salvati avanza qui tre proposte precise:

  1. dare vita ad una coalizione di forze riformiste e filo-europeiste contro i populisti
  2. salvare il salvabile in termini di riforme fatte
  3. riformare la Costituzione in Parlamento per quanto è possibile

In merito al primo punto, il problema, come giustamente ha rilevato recentemente l’europarlamentare Gianni Pittella, è quello di cambiare passo in Europa cercando di evitare a tutti i costi di cristallizzare uno schema che fa solo gli interessi dei populisti: governo/anti-governo, establishment/anti-establishment, dove sinistra e destra finirebbero per rappresentare un’indistinta forza politica “di sistema” (che a questo punto non può che perdere, assieme ad ogni identità politica e programmatica, anche ogni interesse per i cittadini). Bisogna dunque che questa eventuale coalizione di cui parla Salvati sia funzionale “soltanto” ad arginare le forze populiste, senza far perdere consensi ai due schieramenti (popolari a destra e socialisti a sinistra). Da qui la prospettiva di cui si è fatto carico Pittella di appoggiare lo schieramento popolare al parlamento europeo solo su singoli temi, quando si verifichi un’effettiva convergenza, non certo a prescindere e non in un’alleanza di governo. Il medesimo discorso può valere a livello nazionale (Renzi ne è ben consapevole, stando alle sue ultime dichiarazioni), con la differenza data però dall’inaffidabilità che gran parte della destra italiana (Forza Italia in primis) dimostra ogniqualvolta si tratta di anteporre gli interessi del Paese ai propri (vedasi la proposta irresponsabile di dar vita ad una legge elettorale proporzionale che farebbe cadere l’Italia nell’ingovernabilità e riporterebbe gli italiani di colpo alla “Prima Repubblica”) e dalla necessità per il PD di riconfermarsi forza di governo. Insomma la via è stretta, e qualcosa di più si capirà probabilmente solo dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum.

Veniamo al secondo punto: occorre porre un argine forte contro ogni tentativo di “restaurazione” da parte delle forze politiche e sindacali che hanno contrastato l’azione del governo a favore di ogni sorta di interesse corporativo e personale presente nel nostro paese. Dobbiamo dialogare con tutti, correggendo quanto va corretto nell’interesse generale, senza cedere a ricatti di sorta in grado di riportarci indietro rispetto a quanto fatto sin qui. Rinsaldiamo i rapporti con i cittadini, le associazioni e i sindacati in funzione però di un patto di avanzamento e di crescita per il paese.

Infine Salvati parla della costituzione e della necessità di riformarla, nonostante l’esito referendario: su questo tema, essendomi battuto in prima persona per una riforma che continuo a ritenere giusta nella sostanza, resto moderatamente pessimista e ritengo che difficilmente si troverà il modo di procedere. Spero di sbagliarmi, e condivido il fatto che alcuni “ritocchi di buon senso” sarebbero alla portata.

Si tenga presente che, nelle condizioni attuali, una legge elettorale proporzionale ci consegnerebbe un parlamento dominato dai populisti (Movimento 5Stelle, Lega, Fratelli d’Italia, più la sinistra antagonista) piuttosto che da una maggioranza PD-Forza Italia (peraltro non auspicabile per le ragioni sopra addotte). Ciascuno faccia i dovuti calcoli.

In ogni caso, bisognerà ricominciare ad attrezzarsi per rimettere in circolo dei partiti forti (a destra come a sinistra) sulle cui gambe ricominciare a camminare, ed il PD non può certo pensare di dipendere unicamente da una leadership forte (quale quella di Renzi) per adempiere a questo compito urgente. La crisi dei partiti è crisi culturale e come tale va affrontata: i partiti calati nelle nostre società multiculturali sono naufragati di fronte a ciò che ha messo in discussione queste stesse società. In esse è in atto da qualche tempo una crisi dei ceti medi mentre verifichiamo un allargamento della forbice tra pochi detentori di ricchezza e molte nuove povertà. Qui dobbiamo rilanciare, io credo, una rinnovata alleanza riformista tra il merito e il bisogno (riprendendo la proposta che Claudio Martelli avanzò a Rimini negli anni ottanta) per uscire da un’impasse che altrimenti rischia di mettere in serio pericolo la nostra stessa democrazia.

Nella sua ultima intervista Matteo Renzi parla del suo ritorno alla guida del PD, un ritorno con

“più cuore, più valori, più ideali… meno efficienza e più qualità… Ho agito spesso senza riuscire a fare una teoria di quel che facevamo, senza “ideologizzare” la rotta del governo, senza raccontare la profondità culturale di quel che proponevamo al Paese.”

Ecco il punto per non ridurre la politica semplicemente a leadership che si rapporta al popolo (secondo il modello del populismo oggi in voga) e “formare” un partito coeso in grado di essere una risorsa per un’incisiva azione di governo: elaborare culturalmente le cose (con gli strumenti “qualitativi” della sociologia e della filosofia, dell’economia e del diritto tanto per cominciare) dando alla politica una profondità che oggi sembra mancarle e di cui ha disperato bisogno.

Una “nuova ideologia” per una sinistra di governo, per costruire un consenso il più largo possibile (vocazione maggioritaria) a partire da “buone pratiche” (che ci consentano di “sperimentare” ciò in cui crediamo) che fanno emergere valori (coefficienti simbolici funzionali all’evoluzione della società) e ideali (i “pensieri lunghi” avrebbe detto Enrico Berlinguer) in grado di restituirci un’identità coerente a partire da ciò che facciamo concretamente per il Paese.

Giusto rivendicare in quest’ottica, da parte di Renzi, le tante cose fatte al governo e farlo esplicitamente “da sinistra”, usando il “noi” ad indicare una comunità di intenti che deve esserci per legittimare ogni ulteriore azione politica. Giusto rivendicare l’aver portato il PD nella grande famiglia socialista europea (là dove deve stare) e dimostrare il proprio orgoglio di appartenere a tale schieramento. Però ci vuole una sinistra che sappia tenere assieme tradizione e innovazione (non si può rinunciare a questo tratto fondamentale, che deve essere il motore ideale di quel cambiamento di cui dobbiamo farci carico in Italia e in Europa), che possa vincere e convincere nel nuovo secolo.

Un secolo difficile (almeno per come è iniziato) in cui le diseguaglianze e le migrazioni rappresentano certamente i due fattori chiave che destabilizzano le nostre società e alimentano ovunque una destra radicale e populista.

Fare la nostra parte nella battaglia contro il populismo, le diseguaglianze e la superficialità in nome di un socialismo liberal-democratico (uguaglianza e libertà) in linea con la globalizzazione e le trasformazioni tecnologiche: questo credo sia il nostro compito.

Oggi, dice Renzi:

“Le nuove polarità sono esclusi e inclusi, innovazione e identità, paura e speranza. Gli esclusi sono la vera nuova faccia delle diseguaglianze, dobbiamo farli sentire rappresentati.

L’identità è ciò che noi siamo, senza muri e barriere, e non dobbiamo lasciarla alla destra.

Quanto all’innovazione, è indispensabile per non finire ai margini, ma… bisogna pensare anche ai posti di lavoro che fa saltare. Insomma, c’è un gran da fare per la sinistra.”

E il PD?

“Siamo una comunità piena di idee e di gente che va liberata dai vincoli delle correnti… Noi faremo ciò che serve al Paese… Io credo nel PD, nell’intuizione veltroniana del partito maggioritario… soprattutto in un quadro bipolare come piace a me.”

Già, per quel quadro ci vorrebbe una legge elettorale di impianto maggioritario; per lo meno il Mattarellum.

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