È il momento di cambiare, inSìeme!


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Abbiamo iniziato il nostro percorso a giugno, raccogliendo le firme per il Referendum, e le ultime settimane ci hanno visto portare avanti i contenuti della Riforma con gazebi, incontri, dibattiti, manifestazioni di piazzavolantinaggi, telefonate e persino appuntamenti radiofonici.

Siamo entrati sempre più nel merito della riforma, abbiamo smontato le bufale di chi non vuol mai cambiare, abbiamo sopportato gli insulti senza cadere nella provocazione di chi vuole parlar d’altro, abbiamo capito i vantaggi per il paese e a livello locale, le implicazioni politiche del nostro voto, quelle sulla stabilità del Paese e quelle, ben più di rilievo, che miglioreranno il funzionamento delle nostre istituzioni. Abbiamo ascoltato le buone ragioni per votare Sì anche e soprattutto da Sinistra, e abbiamo ricevuto l’appoggio convinto di chi ha combattuto la Resistenza (insieme ad una parte dell’ANPI) e di chi ogni giorno lavora per gli ultimi di questo paese.

E ad ogni passo che facevamo ci accorgevamo che il nostro PD è un popolo che sa camminare insieme, unito, che approfondisce, studia, si appassiona, gioisce per i propri successi, dibatte e porta avanti col sorriso le sue idee. Un popolo che non ha bisogno di propaganda, ma che sa incontrare le personeparlare, e convince con la forza gentile dei suoi contenuti.

Ora manca l’ultimo tratto, quello più importante e decisivo. Strada per strada, casa per casa, al telefono, in ufficio, al bar con gli amici, abbiamo ancora la possibilità di convincere i tanti ancora indecisi. Serve impegnarsi in prima persona, e ogni piccolo gesto può essere determinante: organizzare una cena, un aperitivo o un caffè tra amici, suonare al campanello dei vicini, scrivere un messaggio privato o chiamare qualcuno per spiegargli le ragioni del Sì, nel merito, mostrando i tanti vantaggi della Riforma.

Abbiamo atteso troppo a lungo, e finalmente abbiamo la possibilità di cambiare, inSìeme.
Non sprechiamo questa occasione, il momento per fare il passaggio giusto è adesso!

PS: segnaliamo anche l’appello del nostro capogruppo in Consiglio di Municipio Lorenzo Boati, e quello di Paolo Raffaldi, responsabile del Comitato Basta un Sì Milano Ovest.

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One comment on “È il momento di cambiare, inSìeme!

  1. 2 Dicembre 2016 Corrado Angione

    E’ crisi di rappresentanza, non di governabilità
    Si persegue ad accentuare il ruolo degli esecutivi, proprio mentre vi sarebbe bisogno di dare voce al protagonismo dei rappresentati colpiti dalla crisi e dagli schiaffoni della globalizzazione. Con la conseguenza di accentuare la distanza fra i cittadini e la politica. Si porta a compimento il ventennio trascorso quando occorrerebbe voltare pagina. La revisione ratifica un premierato di fatto nel quale siamo entrati da tempo: deleghe legislative al governo senza specifici indirizzi parlamentari, voti di fiducia ormai settimanali, trucchi procedurali, abuso del decreto legge al quale si ricorre senza i requisiti di “necessità e urgenza”. Si promette di ridurne l’uso sostituendolo con la legge approvata a data certa, che soprattutto può essere facilmente usato da un ostruzionismo di maggioranza che ritarda la discussione fino al giorno della scadenza, imponendo il voto in blocco della legge senza emendamenti. La stesura di quello che poteva essere uno dei contrappesi, ovvero lo Statuto delle opposizioni, è rimandata al regolamento della Camera, controllata dalla maggioranza., insieme alle procedure parlamentari, all le commissioni, alle presidenze, ecc. Accenno solo alle conseguenze dell’assenza di maggioranze alternative in Parlamento, che di fatto condizionano le funzioni del PdR nella scelta degli incarichi, e della mancata riduzione bilanciata dei parlamentari fra Camera-Senato, con maggioranza assicurata molto vicina a quella necessaria per l’elezione del Presidente della Repubblica e degli organi di garanzia.

    Centralismo-Autonomie
    E’ fortissimo l’accentramento delle burocrazie ministeriali. Si allontanano dai cittadini i luoghi di decisione della politica e si modifica per questa via l’esigibilità del diritto, arretrando rispetto al pensiero in materia più avanzato della sinistra. Un conto è “rimodulare” o “modificare” la ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni sulla base della giurisprudenza consolidata della Corte dopo la riforma del 2001. Altro è “accentrare”, cioè “togliere” le competenze regionali. Deciderà la Camera. Il Senato ha scarsi poteri proprio sulle materie dei Comuni e delle Regioni. Per esempio non sarebbero di competenza primaria del Senato le politiche comunali sui tributi locali (abolizione dell’Imu sulla prima casa) e sulle aziende di servizio pubblico locale (la norma sottoposta al referendum dell’acqua). Ha potere solo consultivo sul bilancio, che dovrebbe essere invece la materia primaria per l’attribuzione delle risorse. Il Senato non ha alcun potere in base all’articolo 117 per la parte che regola la ripartizione tra Stato e Regioni. Al contrario, le vere riforme vengono rinviate. Le Regioni a statuto speciale, ormai prive delle motivazioni della guerra fredda, non solo vengono confermate, ma mantengono la vecchia Costituzione, circa otto milioni di italiani: non è uniformità. Infine, viene rinviata la scelta più importante, la riduzione del numero delle Regioni. Eppure sarebbe stata l’unica riforma capace di mutare l’assetto dei poteri locali e di favorire una migliore cooperazione tra Stato e Regioni.

    I maggiori costi del cattivo funzionamento
    Il Senato è prevalentemente un’assemblea politica, e può capitare che abbia una maggioranza ostile a quella della Camera. Tutte le leggi approvate dalla Camera verrebbero richiamate dal Senato per poi tornare alla Camera. Comporterà quindi tre passaggi politici, mentre oggi quasi tutte le leggi (80%) sono approvate in soli due passaggi. Inoltre, sulle leggi che rimangono bicamerali se un Senato ostile rifiuta l’approvazione, il governo non è in grado di superare il blocco, avendo perduto lo strumento del voto di fiducia.

    Considerazioni
    Non ho condiviso i toni di spaccatura nel Paese di questa campagna referendaria. Ho scelto di votare no, liberamente come deve essere in casi come questi, mai condizionabili se non dalla valutazione dei contenuti. Sono molto sensibile al rischio prospettato da molti, che la vittoria del no possa essere capitalizzata da forze politiche distanti. Che sarebbe una delle responsabilità più gravi e conseguenze peggiori della revisione proposta e del suo iter. Mi chiedo però se non si potrà invece realizzare il miracolo, come già accaduto in altri referendum, penso al divorzio e all’aborto, a quello sull’acqua e sui beni comuni, in cui i cittadini elettori si sono dimostrati essere più avanti dei partiti che avrebbero dovuto rappresentarli, determinare condizioni più avanzate con le quali costringerli a misurarsi. Il sì guarda indietro perché porta a compimento una fase che non c’è più. Scarica i limiti della politica sull’ingegneria istituzionale. Con il No si costringe la politica fare i conti con se stessa, a distinguere finalmente il gioco dalle regole del gioco. Si possono creare le condizioni per aprire una pagina nuova, certo difficile e non priva di rischi, ma finalmente rivolta al futuro.

    Corrado Angione

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