IMPRESSIONI E IDEE SULLE RECENTI ELEZIONI AMERICANE: LA RIVOLUZIONE POLITICA E CULTURALE DI TRUMP


di Paolo Raffaldi.

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C’è voluto un po’ di tempo prima di riuscire ad esprimere quello che ho provato dopo l’esito delle ultime elezioni americane e solo adesso comincio ad ordinare un po’ le idee in merito a quanto accaduto.
L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America non è una cosa come un’altra: una strana sensazione non mi dà tregua, nonostante un primo discorso pubblico dai toni decisamente concilianti rispetto a quelli usati in campagna elettorale. Basta confrontare l’intervento di Trump con quello di Obama per capire la profonda differenza tra i due anche quando sembrano parlare della stessa cosa. Ma c’è di più… Quello che resta è un senso di sgomento e forse di paura per il futuro, un’inquietudine nuova, mai provata prima, benché soffocata dal turbinio di notizie, commenti e analisi di questi giorni. E’ il sentimento di qualcosa di radicale e di sconcertante che ci riguarda tutti, è come se il limite della politica fosse stato spostato un po’ più in là, è come se non si potesse più tornare indietro… Giorgio Napolitano ha parlato di un pericolo da non sottovalutare, di uno degli eventi più sconvolgenti della storia del suffragio universale, sottolineando come il rapporto tra Stati Uniti ed Europa sia tutto da ricostruire ora.

L’elezione di Trump in America non è una cosa come un’altra. La carica di nazionalismo, razzismo, misoginia ed autoritarismo espressi in campagna elettorale, mischiata a ricette che ci riconsegnano un protezionismo che pareva ormai sepolto dalle macerie della storia e un isolazionismo che ci riporta indietro a più di un secolo fa, ci obbliga a riflettere. Non tanto in sé, quanto in relazione ad altri fenomeni: alla situazione politica internazionale, alla crisi che sta attraversando la democrazia occidentale, ai cambiamenti degli assetti produttivi, all’acutizzarsi dei conflitti e delle guerre.

Tanto più che, dopo la Brexit, noi europei siamo ufficialmente in crisi. L’Europa appare isolata e accerchiata tra Trump e Putin: un asse pericoloso sta nascendo, se solo pensiamo alla relativizzazione della Nato e delle altre sedi bilaterali preannunciata dal primo e praticata dal secondo.
L’elezione di Trump è anche una vittoria di Putin, il quale ha sempre inteso indebolire l’eccezionalità americana e l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. E’ la fine della “pax americana”, dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945 e sopravvissuto al crollo del muro di Berlino, un ordine che si reggeva sul rapporto privilegiato con i paesi europei.

Ora questi stessi paesi sono deboli, e non si riconoscono ancora come una comunità di destino. Sarebbero dovuti nascere gli Stati Uniti d’Europa, ma in questo momento la via appare sempre più stretta e l’ora sempre più tarda. La sfida per le nostre classi dirigenti è gigantesca e solo Angela Merkel e Matteo Renzi danno l’impressione di poter quanto meno giocare un ruolo rilevante in questa partita. La situazione può mutare da un momento all’altro, ma intanto Donald Trump muove contro quegli stessi valori che hanno ispirato l’Unione Europea in passato, e la Brexit non aiuta certo a ritrovare un po’ di fiducia. Come se non bastasse, Trump si è detto contrario anche ad una intesa sul Ttip (l’accordo di libero scambio UE-USA) congelando così ogni prospettiva di una politica economica comune. Il vento non pare certo soffiare dalla parte dell’Europa.

Un uomo che non ha mai avuto alcun incarico politico o militare, per la prima volta nella storia americana, va al comando della più grande democrazia del mondo umiliando la sinistra democratica, ma anche la destra repubblicana. Trump ha dovuto svuotare le due culture politiche di riferimento per affermarsi al di là del sistema istituzionale americano. Perchè? Perchè il populismo di Trump non ha bisogno di essere responsabile, di rispondere a qualcosa e a qualcuno. Ma chi ha votato Donald Trump? in prevalenza i cittadini americani bianchi senza titolo di studio, ci dicono. Motivo etnico e motivo culturale si sono intrecciati al più classico tema economico. Tra questi elettori la

delusione e la paura si sono tramutate in rabbia e hanno preso la forma delle provocazioni e delle invettive del candidato repubblicano. Certo ha contato anche il sentimento generale di una politica lontana dalla gente e probabilmente una ripresa economica ancora troppo lenta, ma c’è qualcosa di più radicale in atto.

Walter Veltroni ha scritto che “oggi è la paura il cemento favorito per attivare processi di unificazione elettorale. Paura che si vende facilmente, al mercato della comunicazione esplosa. Paura che porta al paradosso, nel tempo globalizzato, di una società chiusa, di un riflesso identitario come reazione al mistero dell’altro. Da qui si generano le pulsioni protezionistiche ben presenti nei programmi del populismo mondiale. E l’Europa, ferita a morte dalla Brexit e dalla sua incapacità di corrispondere ad un bisogno di crescita e equità, rischia di essere la vittima eccellente di questa nuova fase.“

Il populismo mondiale oggi guarda prevalentemente a destra (presto Renzi potrebbe trovarsi ad essere l’unico leader di sinistra di un certo rilievo nel mondo).
Io credo che, se un certo populismo di sinistra appare idiota (nel senso etimologico del termine), il populismo di destra appare per lo più pericoloso per la capacità che mostra di saper trasformare la rabbia in valori (ossia coefficienti sociali simbolici che misurano ciò che è lecito e ciò che non lo è, ciò che è bene e ciò che è male, etc.). Il populismo di destra riesce a far presa sulle persone attraverso un certo uso del linguaggio e a determinare una certa percezione della realtà (d’altro canto è il linguaggio a dar forma alla realtà ed è arduo immaginare una realtà al di fuori del linguaggio).

L’ascesa di linguaggi populisti e il rifiuto della globalizzazione si tengono in questo senso, e generano nuovi valori di riferimento che spostano i confini del discorso politico e mutano gli orizzonti della prassi storica. La sinistra cresce in tempi di speranza economica e sociale, la destra in quelli di paura diffusa.

L’uomo è animale simbolico e le sue azioni dipendono anche dai valori (che sono coefficienti sociali e cambiano nel tempo). Ecco perché la caduta delle ideologie di per sé non ha rappresentato affatto qualcosa da salutare come una panacea per i mali dell’umanità. Troppo spesso le ideologie del passato sembrano aver trascinato con sé nella tomba anche quei valori che si erano per così dire “incarnati” in esse. Troppo spesso la fine di certi universi valoriali ha significato l’incapacità di generarne di nuovi altrettanto validi.

Consiglierei vivamente la visione del film di Ken Loach che ha vinto il Festival di Cannes quest’anno (Io, Daniel Blake) per capire il disagio di questi tempi difficili e le battaglie quotidiane che la gente comune si trova a combattere.

Veltroni scrive che “Nelle frettolose analisi delle elezioni americane è passata solo una parte della verità: la conquista di consenso repubblicano nelle roccaforti operaie squassate da chiusure di aziende prodotte dalla concorrenza internazionale. Tutto vero, come vera è l’immagine di un pensiero democratico lontano da questo dolore sociale. Ma la realtà, come sempre è più complessa. Si guardino le analisi differenziate. Trump ha avuto il massimo del consenso nelle fasce di età dai 45 in su e la Clinton ha invece prevalso tra i più giovani. Ma la candidata democratica ha ottenuto il massimo dei voti nei ceti più poveri della popolazione mentre ha perso brutalmente nelle fasce di reddito medio. È la grande crisi di quella enorme zona mobile della piramide sociale che determina oggi la fase che viviamo. Il dolore degli ultimi e la paura degli intermedi. È a loro, vittime principali della crisi, che la sinistra moderna dovrebbe guardare.”

Perchè i democratici (la sinistra americana) hanno pensato di poter vincere con un candidato come Hillary Clinton? Perchè, sin dalle primarie, si è scommesso su di lei contro Bernie Sanders proprio in virtù del fatto che solo lei sarebbe riuscita ad evitare una eventuale vittoria di Trump? Credo di poter dire che per tutta la campagna elettorale la Clinton non sia mai riuscita ad affermare una “visione del mondo”, a dettare l’agenda, a rappresentare qualcosa in cui credere agli occhi del popolo americano (come poteva bastare l’essere la prima donna alla Casa Bianca a fronte di un candidato decisamente maschilista, per non dire di peggio, come Trump?). A nulla è servito l’appoggio di Obama, grazie al quale l’America è cresciuta, sono aumentati Pil e lavoro, seppur in tempi di crisi.

La verità è che le nostre società occidentali stanno vivendo delle tensioni che ne mutano la struttura di fondo. Una globalizzazione distorta, la crisi più lunga di quanto si potesse immaginare, l’impatto dei

fenomeni migratori, il dissolversi degli agenti unificanti della società, la crisi verticale di legittimità della politica e dei partiti, la frammentazione e la precarietà come condizioni sociali ed esistenziali, la rivoluzione antropologica prodotta dalle tecnologie: tutto questo sta generando un mutamento che, se non viene interpretato culturalmente, può portare ad una richiesta diffusa di forme di potere e di decisione non democratiche. Questa storia ci riguarda tutti, in particolar modo noi a sinistra.

Da decenni assistiamo ad un indebolimento economico, sociale e culturale del ceto medio (questo è il motivo essenziale di tanta instabilità democratica), ad una precarizzazione del lavoro dipendente con una conseguente disgregazione dei sindacati, alla perdita di peso e di ruolo politico di quel che resta della classe operaia. Ci rendiamo conto che parliamo di più della metà dei popoli che vivono in Occidente? Che sviluppo può mai esserci in questo modo?

Nel frattempo è nata una nuova destra ed essa è ora a capo di un paese-guida come l’America. Ad essa guarderanno prossimamente leaders francesi, inglesi, olandesi, italiani, etc. Trump non ha battuto solo la sinistra americana, lo ha fatto comunicando un’immagine di sé come una persona anti- establishment. Perché i repubblicani (la destra americana) hanno pensato che Trump non fosse il candidato giusto? Perché hanno pensato che con lui avrebbero perso le elezioni? Perché Donald Trump è parso invece in sintonia con i suoi elettori e i suoi competitors nelle primarie repubblicane? Vorrei capire meglio…

Perché i media hanno sbagliato così clamorosamente nei loro sondaggi e nelle previsioni di voto? Perché l’intervento a gamba tesa contro Clinton e contro Trump da parte dei media durante la campagna? Che ruolo hanno avuto e come hanno pesato esattamente? Che rapporto intrattengono oggi con l’elettorato? I sondaggi sono stati ribaltati. Da sinistra a destra non si è capito o non si è voluto capire. Cosa ci sfugge? Che rapporto intercorre nelle società odierne tra politica e comunicazione mediatica?

Clinton ha deciso quello che doveva dire e le dichiarazioni da fare quasi giorno per giorno, pianificando attraverso statistiche, dati, sondaggi, algoritmi la propria campagna; Trump no, non si è limitato a rispecchiare una realtà data (quella descritta dagli algoritmi e dai sondaggi) ma ha modellato creativamente la soggettività del paese, ha costruito il proprio elettorato trasformando i sentimenti degli elettori in valori in cui riconoscersi ed in questo modo ha formato una credenza, e gli americani gli hanno creduto. Questa la mia impressione.

Ho paura per quello che Trump è: un miliardario che fa politica spacciandosi per uno che ha a cuore i problemi della gente comune e che riesce ad apparire credibile in questo ruolo; per quello che dice: ha una visione del mondo che, non solo non è condivisibile, ma è minoritaria, esclusiva ed escludente; per quello che rappresenta: una destra estrema e populista, che in modi diversi ci ricorda qualcosa che abbiamo già conosciuto.

Trump è il contrario di Obama, del presidente che dopo Roosevelt e Kennedy aveva fatto pensare che l’America potesse essere una speranza per l’Occidente.
Stanno cambiando la destra e la sinistra a livello globale: occorre che questo riassetto bipolare si concluda il prima possibile perché abbiamo bisogno di pensare il mondo nella sua crescente complessità. La politica e la cultura devono poter ritrovare dei punti di tangenza e di dialogo al più presto. La sinistra dovrebbe cominciare a pensare davvero a politiche credibili per conciliare crescita ed equità sociale; occorre una sinistra nuova.

Scrive Veltroni a proposito: “Sarebbe ridicolo se la sinistra, in questo mondo sconvolto da un mutamento gigantesco che investe tutta la sfera della vita degli umani pensasse, come fa tradizionalmente quando è smarrita dal nuovo, che la soluzione è tornare al Novecento, a quelle ricette, a quelle opzioni. Che il tempo inedito si affronti con lo sguardo al passato. O la si smette di litigare, si torna a cercare di capire la società, di interpretare il dolore e le ansie del popolo, si rafforza il riformismo sociale e la capacità di innovare o tutto finirà male. Davvero male. La sinistra debole e divisa, vecchia o elitaria è un fattore di questa crisi. Fu così, in altri momenti tragici della storia. Sveglia, prima che sia troppo tardi.“

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