Votare Sì per aprire una nuova stagione politica


(articolo di Mario Rodriguez apparso su Arcipelago Milano)

bigsi

Dall’inizio degli anni ’80 è ampiamente condivisa l’opinione che la seconda parte della Costituzione necessiti di aggiustamenti. Un sistema concepito per impedire a un partito di “dominare” sugli altri deve essere trasformato in un sistema in grado di misurarsi con la globalizzazione e le nuove istituzioni europee. Quindi matura l’idea di un sistema che, con una sola Camera titolata all’attribuzione della fiducia al governo, diventi più agile e trasparente (accountable). È la strada per limitare il ricorso alla decretazione d’urgenza che umilia il Parlamento. Ed è anche la strada per rendere più chiare agli elettori le responsabilità di chi governa. È la strada per realizzare anche in Italia una democrazia efficace basata sull’alternanza e la competizione aperta.

Capisco che molti (soprattutto miei coetanei) siano rimasti affezionati all’idea di democrazia consociativa ma sinceramente nel mondo globalizzato, a fronte della crescita della complessità, governare “consociando” mi sembra davvero una strada non percorribile. Governare significa assumere decisioni. Certo, è più facile far funzionare le decisioni se rispondono al sentire delle persone, se sono rappresentative. Ma rappresentare una società sempre più complessa senza porsi il problema di come decidere con efficacia non pare convincente.

In più, ai vecchi problemi nati in un’altra epoca (l’Italia e l’Europa di Yalta, per intenderci) se ne sono aggiunti nuovi e urgenti con la riforma del Titolo V del 2001: oggi, le competenze Stato Regioni devono essere ridefinite alla luce di tutti i contenziosi paralizzanti che si sono prodotti.

Per una condizione astrale non facilmente ripetibile l’opportunità di riformare la seconda parte della Costituzione è a portata di mano. Bloccarla significa tenersi un assetto istituzionale definito insufficiente per almeno una ventina d’anni, almeno una generazione politica. E significa non dare un segnale importante all’opinione pubblica: i costi della politica diminuiscono, il numero dei parlamentari diminuisce.

Molti pensano che questa sia demagogia, io non lo credo. Credo sia una riposta dovuta perché molta sfiducia verso le istituzioni deriva dal fatto che in Italia la presenza dei partiti politici sia ipertrofica. Penso che per riqualificare la politica si debbano definirne bene i suoi campi di intervento, abbandonando tutti gli ambiti nei quali la società può cavarsela egregiamente con altri meccanismi competitivi basati sul merito. Molti storcono il naso ma la diminuzione dei costi e del numero dei politici è un argomento serio dal quale dipende anche la competitività del sistema Italia, cioè la risposta alla necessità di dare servizi di qualità a costi inferiori.

Si dice che sconfitta questa riforma se ne potrà fare una migliore. Mi chiedo come, gli attuali schieramenti in campo uniti nel no, possano dar vita a qualcosa di condiviso. Come si potrà trovare un’intesa sufficiente (in sei mesi dice qualcuno) dopo che un voto popolare avrà messo il suggello sul Senato così com’è (con la fiducia “paritaria” al governo), su questo numero di parlamentari, sul non mettere un tetto ai compensi ai consiglieri regionali, sul non ampliare la possibilità di sollecitare e riconoscere l’iniziativa popolare coi referendum, sul non vincolare a date certe l’approvazione delle leggi? E così ci terremo per sempre anche il CNEL emblema degli enti inutili, delle permanenze burocratiche che si autoperpetuano. E quale efficacia avrà il sistema pubblico senza una ridefinizione chiarificatrice delle competenze Stato Regioni?

Insomma perché tutto quello che non si è riusciti a fare in diverse decine d’anni diventerebbe fattibile oggi? Se fosse così Matteo Renzi, suo malgrado, avrebbe avuto l’effetto straordinario di determinare una svolta epocale: mettere insieme le visioni e le idee politiche di Berlusconi, Salvini, Parisi, Meloni, Grillo, Bersani, e uniti di sinistra.

La congiuntura astrale difficilmente si potrà ripetere ed è bene ricordare dove è iniziato l’ultimo tratto di strada della riforma: dopo il lavoro delle commissioni di esperti della Presidenza della Repubblica e del governo Letta, nella coda della crisi che aveva portato al governo Monti, si generò una grave situazione di stallo. I partiti politici, che pure sostenevano la necessità di trovare un’intesa per riformare Costituzione e legge elettorale, non furono capaci di trovare una soluzione sulla nomina del Presidente della Repubblica. Implorarono Napolitano di accettare la riconferma che egli accettò solo “a tempo”, a condizione di sbloccare lo stallo. Approvata la legge elettorale e dopo i passaggi essenziali della riforma costituzionale Napolitano si dimise. Però la nomina del presidente Mattarella, inviso a Berlusconi, fece saltare l’intesa (il patto del Nazareno) che aveva permesso l’approvazione della riforma costituzionale.

È strano che chi chiese a Napolitano di restare solo il tempo necessario per fare le riforme ora dica che tutto sommato i problemi sono altri e le riforme non sono la priorità (molti di questi sono anche nel PD). Come è strano che tutti i critici del Nazareno ora accettino l’idea che qualsiasi decisione potrà essere presa, per avere i voti necessari in Parlamento (cioè anche in Senato), dovrà essere sostenuta da un altro Nazareno.

Le ragioni del no mi appaiono soprattutto politiche: l’ostilità alla persona e alla politica di Matteo Renzi da un lato e l’ostilità alla legge elettorale il cosiddetto Italicum. Ora che il problema della legge elettorale è stato rimosso con l’impegno del premier a trovare un’intesa per un’altra legge che garantisca la stabilità dei governi, si potrebbe guardare alla riforma costituzionale con maggiore tranquillità. Si potrebbe anche riconoscere che il Jobs Act non c’entra con la riforma della seconda parte della Costituzione. Nulla impedirà a un prossimo governo, se avrà il sostegno del Parlamento, il suo superamento.

Si potrebbe riconoscere che i conti con Renzi si faranno da un lato al congresso del PD e dall’altro alle elezioni politiche. Si potrebbe cioè riconoscere che l’approvazione della legge di riforma costituzionale avvia una nuova fase della storia delle istituzioni repubblicane e lascia aperta la possibilità di aggiustamenti come avvenne dopo il ’48. Mentre la vittoria del no irrigidirebbe lo stato di cose presente, quello che ci ha portato a dibattere da trent’anni della necessità del cambiamento. Un rigor preoccupante soprattutto se pensiamo alle scadenze internazionali e alla necessità di avere un governo che ci rappresenti in Europa con autorevolezza. La forza dell’Italia dipenderà dalla forza dell’Europa, le capacità di intervenire nei grandi cambiamenti mondiali è strettamente legata alla capacità di far contare di più l’Europa nel mondo. Vie nazionali localistiche o cosiddette sovraniste non hanno futuro.

Chiudo queste note ascoltando il tg: lo spread è tornato a 179.

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