Sveglia, prima che sia troppo tardi


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Il primo segretario del PD, Walter Veltroni, continua a voler suonare la sveglia a un partito, e a una sinistra occidentale in generale, che rischiano di essere travolti dall’ondata populista che sta colpendo un po’ ovunque, dalla Gran Bretagna del Brexit fino alla vittoria americana di Donald Trump. E per questo chiede di superare le nostre divisioni e tornare a quello spirito del Lingotto che aveva saputo cogliere le trasformazioni in atto nella società, per affrontarle con mezzi adatti ai nostri tempi.

Tutto è diventato precario, nella vita delle persone. In primo luogo il rapporto con il lavoro. Il proprio, che si vive come provvisorio e quello dei figli che si vedono destinati ad una retrocessione di ruolo sociale rispetto all’inarrestabile ascensione che ha caratterizzato la vita delle famiglie occidentali dal dopoguerra ad og gi. Nelle frettolose analisi delle elezioni americane è passata solo una parte della verità: la conquista di consenso repubblicano nelle roccaforti operaie squassate da chiusure di aziende prodotte dalla concorrenza internazionale. Tutto vero, come vera è l’immagine di un pensiero democratico lontano da questo dolore sociale. Ma la realtà, come sempre è più complessa. Si guardino le analisi differenziate. Trump ha avuto il massimo del consenso nelle fasce di età dai 45 in su e la Clinton ha invece prevalso tra i più giovani. Ma la candidata democratica ha ottenuto il massimo dei voti nei ceti più poveri della popolazione mentre ha perso brutalmente nelle fasce di reddito medio.

È la grande crisi di quella enorme zona mobile della piramide sociale che determina oggi la fase che viviamo. Il dolore degli ultimi e la paura degli intermedi. È a loro, vittime principali della crisi, che la sinistra moderna dovrebbe guardare. E poi il fattore più sottovalutato: la portata antropologica e sociale della rivoluzione tecnologica. Schematizzo e mi scuso: le tecnologie hanno ridotto il lavoro senza produrre ricchezza redistribuita e hanno alterato, il tempo ci dirà se in bene o in male, tutte le nostre relazioni più importanti, quelle del sapere e del comunicare, quelle dell’amare e del socializzare. L’uomo moderno è solo, sempre di più, ed è immerso in un sistema vorticoso di contatti e di conoscenze che sono frammentate, rapsodiche, voraci , semplificate. Ha completamente modificato il suo rapporto con il tempo e agisce in un universo cognitivo scritto sulle sabbie molli: un delirio di false notizie, di allarmi separati dalla ragione, di costante riduzione della complessità. Sono in crisi tutti gli agenti unificanti, a partire da quelli della comunicazione. Si può dire che sia il tempo in cui è tramontato il concetto del Novecento di opinione pubblica. Ed è venuto il momento di dirsi chiaramente che la cecità politica ha determinato una grave conseguenza: sono spariti o ridimensionati tutti gli agenti unificanti della società: partiti, sindacati. L’idea di coltivare la disintermediazione ha reso la relazione della democrazia un gioco a due tra un vertice lontano e una platea infinita e indistinta che fatica a razionalizzare e può essere preda di ogni pulsione emotiva .

E oggi è la paura il cemento favorito per attivare processi di unificazione elettorale. Paura che si vende facilmente, al mercato della comunicazione esplosa. Paura che porta al paradosso, nel tempo globalizzato, di una società chiusa, di un riflesso identitario come reazione al mistero dell’altro. Da qui si generano le pulsioni protezionistiche ben presenti nei programmi del populismo mondiale. E l’Europa, ferita a morte dalla Brexite dalla sua incapacità dicorrispondere ad un bisogno di crescita e equità, rischia di essere la vittima eccellente di questa nuova fase. E così nasce la voglia del vaff, del calcio al tavolino, della rabbia nichilista. Quella che sta attraversando, come un’onda grigia, tutto l’Occidente.

(Leggi l’articolo completo sul sito de L’Unità)

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