COME CAMBIA IL NOSTRO PAESE CON LA RIFORMA COSTITUZIONALE: LE RAGIONI DEL SI’


di Paolo Raffaldi

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Il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre si presenta
evidentemente come un possibile spartiacque nella storia politica del nostro
paese. Questo, si badi, nella speranza (che dovrebbe essere comune sia tra i
fautori della riforma che tra i suoi detrattori) che in questo modo si possa
aprire finalmente anche in Italia un processo in grado di portare
progressivamente le nostre istituzioni ad un rinnovamento funzionale agli
interessi dei cittadini e ad una applicazione più adeguata dei principi
costituzionali.
Di giorno in giorno sembrano peraltro accrescersi gli elementi di divisione che
porteranno, in ottica referendaria, alcuni cittadini verso il Sì e altri verso il No.
La gran parte di questi elementi non sembra però riguardare il merito della
riforma, riforma che intende essere un segnale per l’Italia intera e che
vorrebbe unire (per quanto possibile) più che dividere la maggioranza degli
italiani.
Certamente tale unità deve essere cercata sul piano delle regole e dei
principi comuni, mentre poi ciascuno di noi, come è giusto che sia in
democrazia, si dividerà a partire già dalla prossime elezioni sulla base del
tipo di proposta politica che sente più vicina. Saremo allora elettori ed elettrici
di sinistra, di destra o magari “pentastellati”. Ora però siamo “costituenti
italiani”, e siamo chiamati ad esprimerci tutti su come riorganizzare la nostra
repubblica.
Come cittadini italiani abbiamo bisogno anzitutto di una democrazia più forte,
che sia maggiormente in grado di valorizzare i grandi principi della prima
parte della nostra Carta costituzionale e che sappia ad un tempo rendere le
istituzioni un po’ più vicine alle nostre esigenze di cittadini e di lavoratori,
diminuendo i costi della politica e rendendo più efficiente il nostro sistema
pubblico.
In quest’ottica allora il referendum costituzionale sarà di per sé un esercizio
importante di democrazia. I cittadini italiani saranno chiamati a decidere se
porre fine al cosiddetto BICAMERALISMO PARITARIO, decidendo di fare in
modo che le due camere non svolgano più le stesse funzioni, che a dare la
fiducia al governo sia la sola Camera dei Deputati, che il processo legislativo
sia più semplice ed efficace facendo sì che (escluse alcune norme particolari, ad es. le leggi di revisione costituzionale) le leggi siano approvate dalla Camera (salvo riesame richiesto dal Senato).
Si dovrà decidere se si vuole un GOVERNO più stabile, che in sé non avrà
più poteri rispetto a quelli che gli attribuisce la Costituzione attuale, ma i cui
disegni di legge, una volta proposti, avranno una corsia preferenziale in sede
di discussione e di votazione, e potranno avere quindi un termine stabilito. In
questo modo si potrà forse limitare anche l’uso dei tanto vituperati decretilegge.
I cittadini vedrebbero inoltre, con l’eventuale attuazione della riforma,
rinforzato lo strumento del REFERENDUM POPOLARE in due tipologie
fondamentali:
come REFERENDUM ABROGATIVO (se vengono raccolte 800.000 firme, il
quorum si riduce al 50% +1 dei votanti alle ultime elezioni politiche per la
Camera. Se sono 500.000, il quorum rimane pari al 50% degli aventi diritto di
voto).
come REFERENDUM PROPOSITIVO E DI INDIRIZZO (una novità, la cui
disciplina è rinviata a successiva legge costituzionale e legge ordinaria
attuativa).
A tutela delle regole democratiche è previsto peraltro il CONTROLLO
PREVENTIVO DI COSTITUZIONALITÀ SULLE LEGGI ELETTORALI: la
riforma stabilisce che, prima di entrare in vigore, ogni legge elettorale dovrà
passare il vaglio della Corte Costituzionale.
Il nuovo SENATO che verrebbe a costituirsi avrebbe la prerogativa di
approvare le leggi bicamerali (leggi costituzionali, direttive europee, leggi in
tema di autonomie locali) e di invitare la Camera a riesaminare le leggi
(senza tuttavia alcun potere di veto), avrebbe compiti di analisi e di controllo
delle politiche pubbliche e parteciperebbe infine all’elezione del Capo dello
Stato e dei membri “laici” della Corte Costituzionale. Esso risulterebbe
profondamente rinnovato nelle funzioni e nella composizione: organo
permanente, sarebbe formato da 100 membri (non più 315), espressione
delle autonomie locali (ogni Consiglio regionale, una volta eletto, incarica a
sua volta i propri senatori, anche in tempi diversi dagli altri); 95 dei 100
membri sarebbero eletti in due tempi: prima a sindaco o a consigliere
regionale, poi a senatori mediante il voto dei Consigli regionali che dovranno
tenere comunque conto del parere dei cittadini: 5 sarebbero nominati per
meriti dal Capo dello Stato e resterebbero in carica 7 anni (non rinnovabili).
Non ci sarebbero dunque più senatori a vita.
Il PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, che mantiene intatte le sue funzioni
di garanzia, sarebbe eletto dal Parlamento in seduta comune: nei primi 3
scrutini occorre il voto dei due terzi degli aventi diritto; dal quarto scrutinio, dei
tre quinti degli aventi diritto; dal settimo scrutinio, basterà il voto dei tre quinti
dei votanti.
La riforma si presenta anche come un atto che intende ridurre alcuni sprechi
significativi: viene soppresso il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e
del Lavoro), nato originariamente per sostituire la Camera delle Corporazioni,
che non ha riscontrato alcuna utilità nel tempo. Vengono inoltre sanciti dei
limiti a quanto viene corrisposto ai nuovi senatori e si adottano misure di
efficientamento per le spese parlamentari.
Quanto alle AUTONOMIE LOCALI, esse vedrebbero ridotte le proprie
competenze legislative, per fare in modo che venga a cadere finalmente la
cosiddetta legislazione concorrente; il Senato approverebbe tutte le leggi in
materia di Autonomie locali. Verrebbero infine soppresse le province dalla
Costituzione.
Rinnovare la democrazia attraverso il rinnovamento delle istituzioni è un
compito ed un’urgenza, in questo determinato momento storico, che vale per
l’Italia ma anche per l’Europa: la crisi delle istituzioni di rappresentanza è
ormai internazionale e il nostro continente appare una delle frontiere più
esposte a pulsioni populiste.
Il presente passaggio referendario è decisivo per la modernizzazione
dell’Italia e per delineare possibili orizzonti di sviluppo.
Istituzioni troppo spesso impotenti, di fronte allo sconvolgimento economico e
sociale prodotto dalla crisi, risultano incapaci di assumere decisioni
tempestive per far fronte alle difficoltà. Occorre rafforzare la nostra
democrazia assegnandole, per così dire, un “surplus di decisionalità”.
Una democrazia più forte in cui la credibilità della politica passi finalmente
dalla limpidezza del rapporto con i cittadini e dall’impegno a misurare con
essi le proprie posizioni, responsabilmente assunte in sede istituzionale dalle
diverse forze politiche.
Adattare la struttura dello Stato italiano alla società contemporanea, alle
dinamiche del capitalismo globale, alle sfide politiche che hanno davanti le
grandi democrazie dell’occidente, rendendo le istituzioni più efficienti,
inclusive, autorevoli e trasparenti: questo mi sembra essere il senso della
Riforma costituzionale che saremo chiamati a confermare il 4 dicembre.

One comment on “COME CAMBIA IL NOSTRO PAESE CON LA RIFORMA COSTITUZIONALE: LE RAGIONI DEL SI’

  1. […] raccogliendo le firme per il Referendum, e le ultime settimane ci hanno visto portare avanti i co... https://pdmilano7.wordpress.com/2016/11/27/e-il-momento-di-cambiare-insieme

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