Il Partito Democratico, nove anni dopo


PD

Il primo segretario del PD, Walter Veltroni, ha ricordato su l’Unità i motivi (ancor oggi validi, a dimostrare la lungimiranza di allora e il ritardo che accumuliamo ogni volta che ci richiudiamo in ciò che c’era prima) per cui il nostro partito era nato. Per festeggiare il nostro compleanno non potevano arrivare migliori auguri di queste sue riflessioni. E siamo certi che ci guideranno con slancio verso un futuro in cui saremo sempre più protagonisti del cambiamento.

Sono passati nove anni da quel giorno di metà ottobre del 2007 in cui nacque il Pd. Nove anni di esistenza di un partito, per questi tempi paradossali, sono quasi un record. Ormai i partiti sono come i Kleenex, usa e getta. Sono proiezioni di ambizioni personali, sono del tutto privi di radici storiche e culturali, per non parlare dell’esistenza di valori comuni di riferimento. Nascono, in generale, da continue scissioni, fino a quella
dell’atomo. Si costituiscono in parlamento gruppi parlamentari dai nomi fantasiosi, riempiti da Fregoli del trasformismo. Si dice che siano quasi trecento i parlamentari che hanno cambiato casacca in questa legislatura.
Un fenomeno di crisi della politica che racconta i prodromi di una crisi istituzionale.

Il Partito democratico nacque invece da ciò che è più difficile nella vita politica, da sempre: una fusione. Si misero insieme culture diverse, si sciolsero due partiti eredi di tradizioni profonde nel novecento. Fu doloroso e meraviglioso, come un parto. Solo per un attimo voglio ricordare il clima, quasi di festa, di quei giorni, quelli successivi al Lingotto. Non dimentichiamo – perché la storia non è un tweet e semplificarne la complessità è un reato culturale grave – che il nuovo partito nacque nel momento forse più difficile della storia recente del centrosinistra italiano. Nasce dopo lo choc delle amministrative del 2007, quando il centrosinistra che governava – in verità con un solo voto di maggioranza al Senato – subì quella che tutti i giornali definirono una “batosta storica”, perdendo decine di amministrazioni.

Giustamente Prodi, commentando quel voto, rivolse l’indice nella direzione corretta, verso i partiti e i ministri della sua coalizione che partecipavano grottescamente a manifestazioni contro il governo del quale facevano parte: «Come si fa a dare un’immagine di buongoverno, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c’è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito».

Il Pd nacque, diciamoci la verità, per fronteggiare un’emergenza politica, in un momento di tracollo del consenso attorno ai suoi partiti. E nacque, anche questo va detto, con dieci anni di ritardo. Il Pd doveva essere la prosecuzione dell’Ulivo. Doveva nascere sulla scia della inaspettata e entusiasmante vittoria del 1996. Come Prodi propose, inascoltato ed avversato da molti. Il Pd, lo ha scritto benissimo Ezio Mauro, ha radici solide, che non deve dimenticare.

Quando presentai i lineamenti della mia candidatura a segretario, al Lingotto, cercai di far capire quale miracolo politico dovevamo compiere. Assumere con orgoglio la parte migliore di storie politiche diverse, Moro e Berlinguer, e la meravigliosa vicenda umana di milioni di persone che avevano fondato associazioni di volontariato o cooperative di braccianti, che avevano combattuto ed erano morti insieme per liberare l’Italia dal fascismo, di operai comunisti che avevano migliorato la vita dei loro compagni di lavoro battendosi per i loro diritti, di militanti cattolici che facevano vivere l’idea della pace o della moralità, da La Pira a Don Milani a Tina Anselmi.

Nel nostro cuore, non solo nella nostra mente, queste storie di vita e di sofferenza, di lotte e di valori, dovevano coesistere. Incontrandone altre, culture vitali, la cui dimensione minoritaria ha pesato come un macigno nella storia italiana: l’azionismo, il socialismo riformista, quello che nel ’56 aveva ragione, l’ambientalismo, il femminismo. Come si poteva fare tutto questo? Come si potevano far incontrare culture così diverse e, nella storia conflittuali? Ma il mondo, dopo il 1989, era un mondo nuovo ed era possibile farlo. Era necessario farlo. Diciamoci la verità: singolarmente nessuna di quelle culture, fondate nel novecento europeo, era in grado di affrontare una società in radicale e repentino mutamento di figure sociali, di modi di pensare, di meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza e del lavoro. Un mondo globalizzato, dopo un mondo separato in blocchi. Una rivoluzione. Non poteva farcela nessuna delle culture del novecento europeo.

E, d’altra parte, consentite di dirlo a chi ora continua in altra forma il suo impegno civile e politico, co s’altro deve succedere per farlo capire? Quanti tentativi di tenere in vita forme di sinistra tradizionale, estrema, massimalista, ideologica sono stati realizzati e sono falliti?

(Continua a leggere sul sito de l’Unità)

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