Alcune considerazioni sul ruolo del PD


di Paolo Raffaldi del circolo Pd MiMa – XXV Aprile.
C7FaEH5-.jpeg
In merito alla recente iniziativa di portare il Partito Democratico nelle piazze italiane il 5 ed il 6 dicembre (per Milano l’uscita è posticipata al 12 e 13), in risposta ai tragici eventi che hanno colpito la Francia e l’Europa, ma anche in funzione delle prossime tornate elettorali che vedranno impegnate alcune tra le principali città italiane, non si può che essere contenti. Un partito vive quando sa stare tra la gente e quando si mobilita per la propria comunità.
Sicuramente si è trattato di una bella prova di unione in vista delle amministrative e di un modo per mettere a tacere le divisioni interne che da sempre sono presenti all’interno di un partito che, pur risultando essere il più importante partito italiano e pur mirando a rappresentare nel paese il vasto campo del centro-sinistra, non è apparso ancora in grado di far emergere una linea politica unitaria ed una visione comune in questo senso. Questo problema al momento può forse essere rinviato, grazie alla forte leadership di Matteo Renzi, ma è destinato immancabilmente a ripercuotersi sulle sorti future di tutti noi. Per affrontare questo problema occorrerebbe in primis ripartire dalla propria identità di partito (italiano) di sinistra, che si muove all’interno del quadro europeo (facilitati in questo dalla sacrosanta decisione di Renzi di iscrivere finalmente il Partito Democratico nel Partito Socialista Europeo).
Per il momento si tergiversa, auspicando forse che le cose si aggiustino da sole. Il problema oggi non è tanto, a parere di chi scrive, l’azione di governo, che complessivamente ha saputo comunque essere positiva per il paese, nella consapevolezza peraltro, che molto occorre fare per risanare un’Italia il cui tessuto sociale è lacerato da contraddizioni che meriterebbero forse analisi più approfondite e azioni politiche più orientate all’uguaglianza dei cittadini e un po’ più incisive sul piano dei diritti.
Occorrerebbe certo un’azione più incisiva di redistribuzione, ma il problema della crescita, anche in rapporto alle indicazioni europee, per il momento sembra mettere in secondo piano questa priorità tutta italiana. Il problema, piuttosto, è oggi il partito.
Come ha ricordato l’ex-segretario Pier Luigi Bersani (senza scomodare un maestro come Norberto Bobbio, riscoperto recentemente anche dai fautori della “terza via” del secolo scorso), “la sinistra esiste in natura attraverso criteri di uguaglianza… le idee di sinistra devono essere espresse da una forza riformista, di governo, sociale e liberale, che organizzi un campo di centrosinistra perché per quanto un partito sia grande c’è sempre qualcosa di buono fuori dalla porta… bisogna fare concretamente quel che serve per essere un partito di sinistra: nel profilo, nei programmi, negli ideali.” E allora si rimetta mano una buona volta al profilo del partito, si cominci a lavorare su programmi un po’ più a lungo termine per orientare meglio l’azione del governo, si dia il là ad un cantiere per discutere degli ideali che un partito socialista europeo deve avere oggi, partendo ovviamente della stella polare della sinistra: l’uguaglianza. Insomma si apra un dibattito interno su noi stessi e le nostre ragioni in Italia e in Europa. E lo si faccia sul piano culturale innanzitutto.
Il problema del partito emerge, dal punto di vista organizzativo, in maniera macroscopica se si pensa alla situazione che si stà delineando per le amministrative di Milano e di Napoli: assistiamo qui all’incapacità da parte del PD di proporre delle vere candidature. Antonio Bassolino è un politico di lungo corso, che ha già amministrato Napoli in passato, ma che poco ha a che fare con quel ricambio generazionale che servirebbe oggi, e che peraltro è stato tanto sbandierato dall’ascesa renziana ai vertici della “ditta” nel nome della rottamazione; quanto a Giuseppe Sala, in questo caso parliamo addirittura di un manager esterno, di un profilo tecnico senza alcuna formazione politica alle spalle (anzi, talmente trasversale da aver lavorato anni fa con l’amministrazione opposta di centro-destra). La sua candidatura sarebbe un’operazione di marketing elettorale per sfruttare l’onda lunga dell’Expo. Ma poi?
Credo che un vero partito dovrebbe rispondere in prima persona alle sfide elettorali, con candidature politiche che, almeno in sede di primarie, provengano dalle sue fila interne. La responsabilità di un grande partito si misura dalla capacità di valutare e formare al suo interno una classe politica per il presente e per il futuro. Questo deve valere tanto più per il centrosinistra. Ma quale centro-sinistra? Qual’è il patrimonio culturale ed organizzativo che il nostro partito può mettere in campo? Il potenziale di cui disponiamo, nonostante i problemi legati al tesseramento, è ancora di un certo peso e, io credo, possiamo attrezzarci per affrontare le sfide che abbiamo davanti. Il Partito Democratico ha in sé almeno due grandi e importanti tradizioni storiche da valorizzare: quella socialdemocratica e quella cristiano-sociale. Al crocevia di queste tradizioni può benissimo esserci la proposta, lanciata di recente dal nostro segretario di un nuovo umanesimo, ma occorre lavorare in modo strutturale a questa idea, se vogliamo costruire un partito che sappia porsi oltre il mero presente.
Come ha scritto Gianni Cuperlo, “l`umanesimo civile non ha mai separato il mercato dai bisogni. Esattamente ciò che l`ultimo capitalismo ha voluto fare riducendo l`etica a un profitto slegato dal destino dei singoli. E` accaduto così che da vizio la diseguaglianza sia divenuta virtù mentre il lavoro è tornato merce.”
La crisi del Partito Democratico si inserisce in una più generale crisi della rappresentanza, che a sua volta si inscrive in una congiuntura di crisi che, da qualche anno, mette in discussione il tipo di capitalismo in cui siamo. “La condizione del Partito Democratico è figlia di tutto questo. Pensare che il calo degli iscritti e la chiusura dei circoli sia frutto di limiti locali è una fuga dalla responsabilità. Sta crollando un modello che ha retto per decenni e che le sole primarie non sanno più compensare. In assenza di una nuova ragione e forma della condivisione si torna a quel notabilato che ha preceduto l`avvento dei partiti e delle loro culture. È una regressione che ha due conseguenze. La prima è il ritorno a un accesso patrimoniale alle cariche elettive… La seconda è nel formarsi di filiere che al notabile si votano come a un signore. Siamo oltre il correntismo”.
Tutto questo non ha a che fare necessariamente, io credo, con la richiesta portata avanti da molti di tornare ad una divisione tra la carica di premier e quella di segretario del partito. Però il limite di Matteo Renzi qui è chiaro: è più uomo di governo che uomo di partito, lo è sempre stato e difficilmente potrà cambiare. Ha certamente la virtù del leader, ma questa non si gioca tanto all’interno del partito o nel perimetro del proprio schieramento, quanto piuttosto nel rapporto tra il partito e gli elettori.
Siamo davanti al rischio di una dissoluzione del partito, che potrebbe avvenire nel momento in cui ci sarà un cambio di leadership, o comunque si esaurirà la spinta propulsiva del segretario attuale. Occorre ripensare tutto d’accapo: come si struttura un partito di sinistra? come organizza e presidia il suo campo di forze? qual’è la ragione e la funzione che si dà all’interno della società? che idea di democrazia vuole propugnare per essere davvero una forza progressista di sinistra? come forma al suo interno una classe dirigente per il futuro? Quali meccanismi di valutazione adotta per i suoi membri? Che rapporti intrattiene con altre forze di sinistra presenti nella società? etc. Insomma, occorre dedicare tempo al partito “La crisi è penetrata in profondità e a noi serve il confronto con altri pezzi della società. Movimenti, associazioni, saperi sparsi. Dovremmo chiedere a chi ne sa di più cosa vuol dire attrezzare spazi e luoghi dove la politica si possa agire. Potremmo scoprire che la voglia di discutere, condividere, appassionarsi, è molto più forte di ogni retorica dell`antipolitica. Dovremmo bussare alle porte della cultura, alta o meno che sia, e dire “scusate il ritardo, ma avete un`idea su come ridare senso a chi esce di casa nel nome di una buona causa?”.
“Il tema è come si colloca il progetto del Pd in una stagione dove cambiano le forme della rappresentanza e il contenuto della democrazia. Come rivediamo la natura dei partiti che vuol dire pensare l`economia dopo la grande crisi, rimettendo al centro la persona, la sua dignità. E allora la sfida non è sommare dei pezzi, ma restituire al Pd una vocazione che vada oltre il solo governo. La mia parola è ponte, tra cultura e politica, tra il Pd e la sinistra fuori da noi. Ponte con quella domanda di senso che cresce nella società e che non può essere consegnata unicamente al Papa”.
Milano, 7/12/2015

5 comments on “Alcune considerazioni sul ruolo del PD

  1. 12 Dicembre 2015 Vittorio Ghinelli

    DOMANDONE E DOMANDINE
    Vittorio Ghinelli
    Circolo Pio La Torre

    In attesa di un replica ben più sostanziosa, vorrei porre a Raffaldi qualche domandina senza pretese, di semplice buon senso.

    1) Dopo una lunga premessa. R. parte con l’affermazione che “la stella polare della sinistra è l’uguaglianza”. Benissimo. La domandina è : “Che cosa si deve intendere per UGUAGLIANZA?” L’“uguaglianza delle opportunità” (tendenziale: quella assoluta è una palese utopia) o l’“egualitarismo” di marca sessantottina? Nei cortei degli anni ’70 (le bazzicavo anch’io quelle bolge – quasi quarantenne, ahimè, nelle vesti di scadentissimo diffusore del Manifesto) si urlava “6 politico!!” e “Aumenti uguali per tutti!!”, slogan tanto puerili quanto nefasti per la società. La luce di questa Stella Polare mi pare assomigliare assai a quella della Galassia di Andromeda, certo visibile a occhio nudo (di sicuro non a Milano…), ma così tenue e opalescente che nessun navigante le affiderebbe la propria sorte.

    [Verso la fine del pezzo, R. elenca una serie di domandone ad alto tasso di meta-politica che salto a piè pari, consapevole di essere del tutto inadeguato alla bisogna (anche se a volte mi sorge il sospetto che quesiti di tale peso specifico vengano snocciolati soprattutto per sollevare un immenso polverone ed evitare di rispondere a quesiti molto più semplici…].

    2) Nelle ultime righe, ecco la frase-chiave: “La mia parola è ponte, […] tra il PD e la sinistra fuori noi”. Ed ecco la seconda domandina: “Quale sinistra fuori di noi?” Forse SEL? Peccato che qualche giorno fa Vendola abbia diagnosticato che “alleanza con il PD = eutanasia”. Allora i neo-fuoriusciti? Ma Civati, col ciuffo… aggrottato, ha da poco sentenziato che è stato il PD a decretare la morte del centrosinistra. Chi resta? Fassina, D’Attorre…? Ma chissà se almeno tra loro vanno d’accordo. Su Rifondazione e i 20 e rotti partiti comunisti che si sbranano in Italia, voglio sperare che R. preferisca stendere un velo pietoso.

    [Solo un accenno a “movimenti, associazioni, saperi sparsi”, insomma alla cosiddetta “società civile”, un mondo variegato ed eterogeneo di “forze” (non necessariamente etichettabili come “di sinistra”), ciascuna con le sue sacrosante priorità, che costituiscono forse la parte più vitale della nostra società. Un ponte verso queste realtà È INDISPENSABILE. Ma qui, più che un ponte serve un numero difficilmente quantificabile di passerelle, da gestire ai più diversi livelli, dai circoli alla direzione nazionale…Tenendo conto che, per quanto riguarda le associazioni operanti su vasta scala, nello stato in cui versa il paese (capisco che Renzi, poveraccio, debba ogni giorno sparare raffiche di ottimismo, speranza ecc., ma la situazione è quella che è…) venire incontro alle esigenze di tutte sarebbe ovviamente impossibile. Donde inevitabili mugugni, proteste, porte sbattute…

    3) Terza e ultima domandina: e i cittadini “non di sinistra”, persone oneste che pagano le tasse e con il loro lavoro contribuiscono a tenere a galla l’Italia (io ne conosco parecchie)? Noi DI SINISTRA li definiamo, con una punta di spocchiosa supponenza, “moderati”. Nessun ponte verso costoro? Vogliamo lasciarli cadere nell’astensionismo o, peggio ancora, precipitare nel grillismo? Tanta è la paura di farci contaminare dai sulfurei e venefici miasmi del loro maleodorante “moderatismo”?

    In un mondo in cui il capitalismo globalizzato e finanziarizzato ha le sue belle gatte da pelare, e noi umani con esso (alla faccia di certe vetuste profezie ̶ e anche non poi così vetuste: “Se c’è la crisi per il padrone / vuol dir che avanza la rivoluzione!” cantavano nel ’68 i Lottatori Continui con baldanzosa sicumera) e in un’Europa scricchiolante, in cui sono sempre più allarmanti i segnali di scivolamento verso un assai brutto populismo, noi dovremmo arroccarci in una “Sinistra DOC” che una cosa ha sempre dimostrato di saper fare benissimo: litigare e dividersi?

    “Lanciare ponti” ANCHE verso chi non si riconosce nella sinistra e nella sua storia (che, teniamolo ben presente, di pagine tutt’altro che gloriose ne contiene parecchie…) è una strada rischiosa? Certo: si tratta di avventurarsi, per dirla alla latina, nelle famose terre “hic sunt leones” (espressione che potremmo modificare in “hic sunt moderati”). Ma l’altra, quella della presunta “purezza senza compromessi”, a me pare molto probabilmente suicida.

    Rispondi
  2. 15 Dicembre 2015 Paolo Raffaldi

    IN RISPOSTA AL COMPAGNO VITTORIO
    di Paolo Raffaldi circolo Pd MiMa – XXV Aprile

    Nel suo recente intervento su questo sito, Vittorio Ghinelli mi chiama in causa e mi pone “qualche domandina, senza pretese, di semplice buon senso”. Poiché, come scriveva il francese Renè Descartes, “il buon senso è tra tutte le cose la meglio distribuita”, mi appresto, anch’io senza pretesa alcuna, a fornire qualche risposta:
    1) Il tema dell’uguaglianza, come Ghinelli certamente sa, è molto ampio e così rilevante storicamente che richiederebbe una trattazione a sé. La serietà necessaria per affrontare un tale problema vorrebbe in primis che si evitassero domande antinomiche e risposte preconfezionate.
    Uguaglianza tendenziale oppure uguaglianza assoluta? Uguaglianza delle opportunità? E dove mettiamo poi l’equità, l’egualitarismo, l’eguaglianza formale e sostanziale, l’eguaglianza politica, sociale, economica, etc.?
    Volendo proprio seguire il nostro interlocutore, potremmo dire che l’uguaglianza delle opportunità ci sembra imprescindibile. Ma solo per iniziare da qui a considerare il tema delle diseguaglianze all’interno delle nostre società che, come molti autorevoli economisti (certo non
    appartenenti al mainstream neoliberista di moda) ci spiegano (è uscito di recente un libro di Atkinson sul tema, ma si potrebbe citare Piketty o il recente premio Nobel per l’economia Deaton, o ancora un’autorità come Stiglitz, tanto per restare tra i contemporanei), rappresenta il problema centrale del capitalismo odierno.
    Personalmente ritengo che l’uguaglianza sia la condizione di possibilità della libertà delle persone, della dignità delle scelte riguardanti la vita di ciascuno e la condizione necessaria (anche se non sufficiente) per una società giusta. La sinistra che assume come idea regolativa l’uguaglianza è quella che opera per mettere in condizioni ciascuno di essere libero, ossia responsabile della propria esistenza, e lo fa lottando contro ogni tipo di discriminazione. In questo senso credo certamente che la libertà sia ciò in cui gli uomini di una società debbono essere resi uguali, per essere egualmente liberi o eguali nella libertà.
    Di per sé l’uguaglianza indica un rapporto che ha un valore per noi, e si costituisce come fine umanamente desiderabile, quando è giusto in funzione dell’insieme della società. Ecco perché, come ammoniva Sandro Pertini, la libertà ha a che fare intrinsecamente con l’idea di giustizia sociale: non può esserci vera libertà senza giustizia sociale, né vera giustizia sociale senza libertà. Che libertà è quella di chi non è libero dai bisogni fondamentali? Che giustizia è quella che priva della libertà gli individui?
    2) La seconda domanda (“Quale sinistra fuori di noi?”) mi pare che nasca da un grossolano errore di prospettiva per il quale la sinistra si identificherebbe con uno o più soggetti politici. Mica penseremo davvero che la sinistra possa essere identificata con un partito (fosse pure il
    nostro PD)? La sinistra non è riducibile ad un partito politico, semmai è il partito politico che appartiene, come un insieme inscritto in un altro, alla sinistra. Destra e sinistra esistono in società, anche indipendentemente dai partiti, e tendono ad organizzarsi in modo autonomo: il problema del partito è quello di dare rappresentanza coerente ad un certo campo di forze (conferendo eventualmente ad esso una certa forma). Ora, il maggior partito delle sinistra in Italia avrà pure un ruolo in rapporto al campo di forze della sinistra?
    Personalmente ritengo che essere di sinistra significhi guardare il mondo con gli occhi dei più deboli, stare dalla parte di coloro che sono più deboli e adoperarsi per fare in modo che possano acquisire una dignità sociale, avere la profonda convinzione che nessuno può stare bene da solo, dal momento siamo tutti in rapporto gli uni con gli altri, che l’ingiustizia fa
    male all’economia e che il mercato misura l’efficienza di un sistema sociale ma non potrà mai essere il nostro obiettivo, perché oltre il merito c’è sempre l’umanità. La sinistra è il sentimento e la convinzione che tutte le persone umane hanno uguale libertà e uguale dignità.
    3) Nella terza domanda la confusione regna imperante: “i cittadini non di sinistra, persone oneste che pagano le tasse e con il loro lavoro contribuiscono a tenere a galla l’Italia…noi di sinistra li definiamo, con una punta di spocchiosa supponenza, moderati.” Essere onesti e pagare le tasse è semplicemente un dovere di tutti (sia a destra che a sinistra) e non qualifica un cittadino come moderato. Se si definiscono così i moderati, capisco poi perché ci si senta afflitti da un senso di colpa per supponenza… E chi sarebbero questi moderati? E anzitutto, a fronte di questi moderati che pagano perfino le tasse, dove sarebbero i pericolosi rivoluzionari?
    Direi piuttosto che occorre proporci ai cittadini (di destra e di sinistra) onestamente con i nostri valori, i nostri ideali ed il nostro patrimonio di storia e di cultura, per provare a cambiare un po’ le cose da sinistra (se questo siamo).
    Il punto vero è se oggi pensiamo che debbano esistere ancora due parti distinte (da qui anche il termine “partito”), due campi contrapposti, due attori intrinsecamente differenti, chiamati a occuparsi della politica, governando sulla base di alternative possibili, oppure se pensiamo che ci debba essere un unico centro, in cui tutte le differenze alla fine si confondono, che è chiamato ad amministrare l’esistente assecondando un processo necessario.
    Mi auguro di aver chiarito un po’ quanto sollevato, stante il fatto che il mio articolo intendeva porre delle questioni, ed è compito di altri dare delle risposte.

    Rispondi
  3. 16 Dicembre 2015 Vittorio Ghinelli

    MI SPIACE
    Vittorio Ghinelli, circolo Pio La Torre

    Mi spiace che il tentativo di semplificare al massimo le mie domande (il cui senso mi pareva chiaro – evidentemente mi sbagliavo) sia stato interpretato come frutto di superficiale schematismo.

    Mi spiace per la malcelata supponenza delle risposte, che per un istante mi ha indotto nella pessima tentazione di replicare per le rime. Per fortuna ha prevalso il buon senso. Come ben sappiamo, la strada del sarcasmo e delle citazioni colte (riguardo alle quali, avrei comunque gettato a priori la spugna, consapevole della mia manifesta inferiorità: non ho letto né Atkinson, né Piketty, né Deaton, né Stiglitz…) non è certo la più idonea a favorire un confronto costruttivo.

    Mi spiace, soprattutto, che sia rimasta senza risposta la domanda fondamentale implicitamente sollevata nell’ultimo paragrafo: tenendo conto di come vanno il mondo, l’Europa e la nostra cara Italietta, è realistico pensare che una “sinistra DOC”, anticapitalista e antiliberista, possa “cambiare verso” alle tendenze dominanti? Non c’è il rischio che questa legittima ambizione ci condanni a una posizione minoritaria e sterile, di pura testimonianza?

    Rispondi
    • 20 Dicembre 2015 Giancarlo Meda Circolo MIMA

      Tentativo di una risposta ad alcune “domandine”
      Premesso che praticamente sono d’accordo con quanto Raffaldi ha scritto, che le domandine di Ghinelli sono importanti e che nel Manifesto dei Valori del PD si dice testualmente “Il Partito Democratico intende contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo,un ampio campo riformista, europeista e di centrosinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche e progressiste e promuovendone l’azione comune.”, “la promozione di un tessuto sociale egualitario e solidale, in cui nessuno si perda o resti indietro.” e “Vogliamo un’Italia più unita e più omogenea sul piano economico e sociale”, in attesa della replica più sostanziosa provo a dare la mia opinione.
      -La stella polare è l’Uguaglianza per la sinistra, essendo quella della destra l‘Individualismo.
      La libertà in un sistema democratico è comune a entrambi gli schieramenti. La storia ha dimostrato che dove si è tentata l’uguaglianza assoluta non vi è stata libertà né sistemi democratici, comunismo, socialismo reale. sinistra massimalista. Ma è esistita ed esiste una sinistra moderata come la socialdemocrazia e liberal-socialismo che caratterizza il centro-nord europeo in società democratiche e avanzate. La cui cultura rende l’Europa diversa e unica dalle altre realtà mondiali in particolare dalla cultura sociale degli USA, giacché quella anglosassone della Gran Bretagna ha anch’essa l’impronta centro-nord europea.
      La riforma del lavoro compiuta totalmente, non solo la flessibilità, non ha anche l’obiettivo di coniugare la flessibilità per le aziende e la sicurezza del lavoratore con politiche attive e politiche passive ?
      L’obiettivo è di sinistra moderata, per semplicità, anche se purtroppo non è ancora completamente realizzato, perché è diventata operativa la flessibilità ma non le politiche attive e passive per la sicurezza.
      -“meta-politica”, credo che la Politica non possa non contenere del meta-pensiero, per non diventare un fatto puramente tecnico o di comunicazione promozionale. O dobbiamo pensare che chi fa Politica non abbia cultura e valori e non si debba porre problemi organizzativi per implementare i suoi obiettivi e per selezionare la classe dirigente ? Più che Politica è politichese.
      O come alcuni pensano gli elettori scelgono i candidati alle istituzioni e non più i vertici dei partiti. Ma non sono i vertici dei partiti che propongono ai cittadini dei candidati da votare ? Chi seleziona i vertici dei partiti che propongono i candidati ? Certo il moderno “liquido”, ma mi pare che lo stesso attuale SdPD, dopo anni di “liquidità”, abbia detto di aver bisogno di un partito “strutturato” per scendere nel territorio. Se sbaglio, mi scuso anticipatamente., pensando sempre che con la liquidità non si raggiungano obiettivi concreti, esiste un’impresa efficiente ed efficace liquida cioè senza organizzazione e definite responsabilità ? I quesiti diventano più semplici se sono inquadrati, altrimenti devono affrontare l’infinito. Questo non vuol dire operare “ideologicamente”, ma adattare alla realtà che muta nel tempo “le soluzioni” senza disconoscere i “valori” di riferimento. Occorre adeguare la forma, non la sostanza.
      – “Ponte” è proprio una delle parole-chiave sia a livello nazionale che a livello di Milano Metropoli.
      Il PD è un partito di centrosinistra, con o senza trattino ? Se no, tutto è fattibile. Se sì, credo che vi siano degli obblighi e che una vittoria rinunciando ai propri valori è solo possesso di potere o necessità di difesa di valori comuni come la democrazia. Al di là di questi due casi si cerca la vittoria per realizzare un programma politico coerente con i valori in cui si crede. Se occorre trovare alleati il primo sforzo è di aggregare quanta più sinistra è possibile. Per questo occorrerebbe concordare un programma di lavoro, fatto di obiettivi da raggiungere e non un insieme di parole, prima di fare una coalizione o un governo (vedere come si è realizzata in Germania la Grande Coalizione con due mesi di trattative). Saranno le proposte concrete a essere giudicate se idonee a creare un sistema paese coeso o un sistema paese a favore di pochi. Certo creare ponti anche verso associazioni, movimenti gruppi organizzati, ma o tutti vanno bene o occorre selezionare e coordinare per far sì che per gli obiettivi condivisi forze e risorse non si disperdano e/o non si mettano in conflitto ? Chi e come seleziona e coordina ? E’ un compito delle istituzioni, costituite da persone proposte dai partiti e scelte dai cittadini. In un rapporto collaborativo tra pubblico e privato, con il dovere del primo di essere da guida. Certo qualcuno rimarrà fuori. Ma credo che questa prospettiva nel sistema politichese italiano sia molto complicato, proprio perché non esistono più i partiti di riferimento (non ideologici), ma liste personali. movimenti personali e partiti personali senza rispetto di alcuna legge come da Costituzione. In quale altro Paese avanzato vi è un sistema simile ?
      -Credo che la maggioranza degli italiani (i moderati/la maggioranza silenziosa ?) non si interessi o partecipi attivamente alla Politica e se le azioni di Parlamento, Governo e istituzioni permette loro di vivere in una società coesa, sufficientemente protetta, sufficientemente dinamica favoriranno l’elezione di chi dà garanzie di realizzarla. Se invece si intende cercare di attrarre chi “pensa” a destra o centrodestra, credo che questi possano essere attratti solo da azioni coerenti con il loro modo di pensare, che penso allora difficilmente conciliabili non solo con quelli di sinistra ma anche di centrosinistra.

      Rispondi
      • 23 Dicembre 2015 Vittorio Ghinelli

        Vittorio Ghinelli, circolo Pio La Torre

        Caro Giancarlo,
        le tue riflessioni mi paiono tutt’altra cosa, in termini di contenuti e (soprattutto) di tono, rispetto ad altre, intrise di cattedratica spocchia.
        Tuttavia, per non avviare una discussione senza fine, non entrerò nel merito delle tue singole argomentazioni, limitandomi piuttosto a puntualizzare schematicamente qualche mio (dubbioso) parere sul senso della politica (in realtà, chissà quanti eminenti studiosi avranno espresso idee analoghe: purtroppo, avendo solo letto qua e là brani sparsi e spezzoni di ragionamento di alcuni di loro, non sono in grado di citarli – potrei andare a frugare su Google, ma mi vergognerei un tantino…). I concetti di “valore”, “principio”, “ideale” ecc. attengono alla sfera della filosofia, e più precisamente a quella dell’etica. Ciò non significa affatto che la politica possa ignorarli: essi dovrebbero anzi costituire le fonti di ispirazione fondamentali del “far politica”.
        Ma, che ci piaccia o no, i concetti-chiave della politica non possono che essere a) pragmatismo e b) compromesso. Due parole che forse faranno venire l’itterizia a chi ama discettare su di essa dopo averla innalzata nell’empireo della filosofia.
        PRAGMATISMO perché chi amministra o governa deve in primo luogo tenere conto delle specifiche caratteristiche (molteplici, spesso contraddittorie, rapidamente mutevoli ed esposte a fattori esogeni imprevedibili) della realtà (locale, nazionale, internazionale) in cui opera.
        COMPROMESSO perché molteplici e spesso tra loro incompatibili o addirittura antagonisti sono gli interessi, le aspirazioni, le idiosincrasie ecc. presenti in ogni collettività. E chi è chiamato a svolgere ruoli di governo deve sforzarsi di assumere il difficile compito del mediatore (il che non lo esime, a volte, dalla necessità, una volta ascoltate e soppesate le posizioni in campo, di schierarsi pro o contro l’una o l’altra).
        Ma allora, concretamente, a che cosa servono i principi, gli ideali, i valori ecc. che “devono costituire le fondamentali fonti di ispirazione del far politica”?
        Ovvio: a far sì che chi amministra o governa svolga il suo compito con una congrua dose di impegno civile e sociale e, soprattutto, a prevenire il rischio che il pragmatismo si degradi in piatta e cinica gestione dell’esistente e il compromesso in loschi traffici da retrobottega. Facile a dirsi, ma maledettamente difficile a farsi (nel mondo reale, ben diverso da quello dei sogni…).
        Ma dove sta scritto che prendere decisioni politiche debba essere facile come bere un bicchier d’acqua? In fondo, mica gliel’ha ordinato il dottore, a una persona capace e onesta, di buttarsi in questo complicato (anche se nobilissimo e socialmente indispensabile) mestieraccio
        Ciao e buone feste

        Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares