La riforma della Pubblica Amministrazione 2/3


di Giuseppe Di Francesco

Pubblichiamo la seconda parte della riflessione proposta da Giuseppe Di Francesco sulla Pubblica Amministrazione. In chiusura trovate il link alla prima parte.

Resistenza della burocrazia ad ogni benché minima, anche se significativa, innovazione.

Una parte del personale della P.A. si è sempre dimostrata, nei fatti, restia ad ogni cambiamento sostanziale, quasi timorosa di perdere quella rendita di posizione che gli ha garantito per tutta la carriera stabilità, certezza del futuro e inamovibilità, collocandosi nel contesto amministrativo in una posizione assolutamente acritica. Ovviamente nella fattispecie si fa riferimento al personale che occupa posizioni di vertice e per il quale il politico di turno, che riveste il ruolo di ministro o assessore è una figura di passaggio, prima o poi andrà via, più prima che poi, attesa la durata media di un governo in questo Paese mentre esso sarà ancora lì aspettando il prossimo. Inoltre si aggiunga che il più delle volte i personaggi che si alternano nei posti di direzione politica della P.A. scontano la loro impreparazione amministrativa e talvolta, cosa ancora peggiore, la loro inadeguatezza rispetto alla carica ricoperta. Diventano così facile preda ed ostaggi della burocrazia. Solitamente, come si è già detto in precedenza, la direzione politica si avvale dell’ausilio di propri tecnici proprio al fine di evitare di essere manipolati dalla dirigenza amministrativa, la quale, pur di lasciare le cose allo status quo o indirizzarle in una direzione diversa, oppone il così detto “muro di gomma” convinta, a ragione, che il passare del tempo neutralizzerà ogni pretesa innovativa.

Foto dal web. Si escludono fini di lucro. A disposizione per eventuali crediti.

Inoltre il luogo comune vuole la classe dirigente pubblica impreparata e poco solerte: mai asserzione fu più errata. La burocrazia è formata mediamente da dirigenti preparati, capaci come pochi di districarsi con competenza e abilità tra norme poco chiare, sovente frutto di compromessi politici che accontentano gli schieramenti delle maggioranze al governo, norme disattivate di fatto ma mai abrogate, pressioni politiche al limite del codice penale velate da ricatti o promesse carrieristiche. Essa ha la coscienza di quello che può fare e quello che non può fare, presta molta attenzione al suo comportamento ben sapendo che il più piccolo errore formale si traduce nel reato di omissione, falso ideologico o abuso d’ufficio. La sua unica difesa è il pedissequo rispetto delle norme e delle procedure con la certezza che, in caso contrario, a pagare sarà lei su cui si riverserà il solito scarica barile della politica. Ciò non toglie che nell’ambito della P.A. ci sono posizioni di potere esercitate anche spregiudicatamente, con arroganza e difese strenuamente a dispetto del decoro e dell’obbligo della lealtà e della trasparenza. Spesso un visto, una concessione o un permesso diventano rendite capitalizzabili soprattutto in termini economici ma anche ricattatori o da utilizzare come merce di scambio. Uno degli scopi principali di una vera riforma della P.A. dovrà avere proprio il compito di porre rimedio a simili situazioni stabilendo per ogni procedimento amministrativo il tempo realistico della sua conclusione e procedendo all’eliminazione dei passaggi inutili e la soppressione di uffici autoreferenziali.

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