La Scuola al tempo del corona: i maestri.


Di Paolo Donati. Con Paolo Limonta, Loredana Braina e Emma Giuliana Grillo.

Eccoci alla terza puntata della “passeggiata” che abbiamo dedicato alla Scuola nei giorni segnati dalla Pandemia. Volevamo ascoltare la testimonianza dei protagonisti. A tutti loro il nostro grazie e un ringraziamento ulteriore al “maestro” Paolo Limonta che, Assessore all’Edilizia Scolastica del Comune di Milano, ha trovato il tempo per contribuire con la sua voce a questo racconto.

Cominciamo con una breve presentazione, dove insegni, in quante classi?

Loredana Braina. Sono una insegnante di scuola primaria, classe terza di un istituto comprensivo di Milano. Lavoro in una sola classe, più materie: italiano, storia, musica, arte e immagine, motoria, ma preferisco chiamarmi maestra dell’ambito espressivo, linguistico e non.

Emma Giuliana Grillo. Insegno da molti anni nella scuola primaria San Giusto che si trova nella zona 7.
In questa scuola ci sono da tre anni, ho sempre insegnato in scuole statali. Attualmente sono in una sola classe terza.

Paolo Limonta. Mi chiamo Paolo Limonta e insegno nella 5D dell’Istituto Comprensivo Casa del Sole, nel mezzo del parco Trotter.

La chiusura predisposta per le scuole è stato il primo segnale della serietà della situazione. Così l’ho percepita io, è stato così anche per voi?

LB – A Milano l’ultimo giorno di scuola in presenza è stato il 21 febbraio, quando alle 16:30 ci siamo salutati con alunne e alunni dandoci appuntamento per il lunedì successivo, avremmo avuto 3 giorni per festeggiare assieme il carnevale. Nello stesso giorno sono stati registrati i primi casi della città di Codogno. Non ci si aspettava una chiusura della scuola così immediata, anche se a scuola un po’ la si sperava ed ha rappresentato un sollievo, perché non c’è nulla di più facile del contagio tra bambini e bambine. Non è infrequente, infatti, che anche per le più comuni infezioni virali (influenzali e non, come ad es. quelle intestinali), in breve, per settimane, le classi risultino dimezzate. In capo a una settimana, poi i casi continuavano ad aumentare, c’è stata la chiusura delle città focolaio, ad un passo da Milano, ed allora il timore della diffusione del contagio si è sentita più forte. Le prime due settimane, però, non ci si aspettava che la chiusura sarebbe stata per tutto l’anno scolastico.

EGG – La chiusura delle scuole è stata vissuta da tutti gli insegnanti come uno scroscio di pioggia che arriva all’improvviso e devasta tutto. Le scuole stanno vivendo l’ennesimo periodo di crisi strutturale e di idee. Mancano le risorse e soprattutto mancano le idee.

PL – La chiusura delle scuole il 24 febbraio è stata sicuramente un segnale della gravità della situazione anche se nessuno avrebbe mai potuto immaginare, allora, che le scuole non avrebbero più riaperto.

La responsabilità con cui abbiamo affrontato la situazione è stata adeguata? Come ha reagito il tuo ambiente, i tuoi colleghi, i ragazzi? E in famiglia? Il quartiere, il territorio in cui vivi?

LB – A mio parere, globalmente si è reagito con responsabilità, anche se non tutti lo hanno fatto allo stesso modo. Nella scuola, si è diffusa da subito la preoccupazione del mantenere il contatto con l’utenza e ci si è attivati sul come, con scambi continui di impressioni, di proposte, di mutuo soccorso tra insegnanti, anche se a distanza. Le bambine e i bambini sono stati bravissimi, hanno compiuto il grande sacrificio dello stare richiusi, ma hanno comunque continuato a lavorare. In famiglia abbiamo affrontato la situazione cercando di limitare al massimo le uscite e i contatti con persone esterne al nostro nucleo famigliare. Nel quartiere ci sono stati momenti di condivisione coi flash mob canori, ma la mia via è stata latitante, unico momento davvero condiviso è stato quello serale, quando si sono spente le luci delle case ed accese le luci dalle finestre. Da parte di associazioni ed enti sono state avviate numerose attività di solidarietà, dall’offerta di fare la spesa con consegna a domicilio, alla fornitura di beni di prima necessità, alla mediazione culturale per le famiglie straniere anche per mantenere il contatto con la comunità scolastica.

EGG – Siamo come dei marinai che ogni giorno navigano a vista e la stanchezza si fa sentire. I lavori di cura portano con sé un grande senso di responsabilità e anche di passione, ma i lavoratori e le lavoratrici hanno a loro volta bisogno di cura e non sanno darsela.

PL – Devo dire che la comunità scolastica ha affrontato con grande responsabilità la situazione che si è venuta a creare cercando di mettere in campo tutte le risorse e la creatività necessaria per affrontare quello che anche per noi si è rivelato un vero e proprio tsunami.
Anche le bambine e i bambini, assieme alle loro famiglie, si sono dimostrati reattivi e disponibili ad affrontare la nuova situazione con tutte le difficoltà che questa comportava.
Devo dire che, nel complesso, nei quartieri che gravitano attorno al Trotter le persone hanno dimostrato un grande senso di responsabilità e hanno osservato, per la maggior parte, le disposizioni emanate.

L’insegnamento a distanza ha rappresentato la possibilità di non cancellare del tutto le lezioni, di non rinunciare del tutto a un collegamento con i ragazzi. È stato centralizzato? Esisteva un coordinamento, di scuola o territoriale o altro? Avevi già esperienza di comunicazione/lavoro a distanza o hai dovuto adeguare le tue competenze? hai avuto indicazioni istruzione e formazione?

LB – Da subito la preoccupazione è stata quella di mantenere la relazione con le famiglie e con alunne e alunni. Le scuole che già attuavano la didattica a distanza hanno proseguito in quella modalità, mentre scuole non ancora attrezzate con una piattaforma di istituto, come la mia, hanno avuto bisogno di un po’ più di tempo per organizzarsi.
Nel frattempo le insegnanti hanno attivato più canali per poter raggiungere tutta la classe.
Ogni classe però è un po’ un mondo a sé. I/le rappresentanti di classe sono stati un importante tramite con le famiglie. A seguire, sono arrivate le indicazioni ministeriali e quelle del dirigente hanno in parte uniformato le proposte di didattica a distanza, pur consentendo di proseguire nelle modalità già attivate, soprattutto quelle che funzionavano di più, cioè quelle che riuscivano a raggiungere il maggior numero di alunne e di alunni. Finora, fino a questa chiusura per l’emergenza sanitaria, non avevo attuato una formazione a distanza con la classe, per aggiornamento e formazione personale avevo invece sfruttato già da molto tempo la rete, quindi ho seguito nuovi tutorial, webinar, il passaparola con le colleghe, abbiamo sperimentato tra noi per poi passare alle videoconferenze con gli alunni.
Io fatico a chiamarle video-lezioni, perché questo termine riporta principalmente alla didattica, invece io ho dedicato i primi collegamenti a parlare con gli alunni, proponendo a distanza il nostro cerchio del mattino, che noi chiamiamo agorà, uno spazio in cui ci si prende cura di sé e degli altri, in cui ci si scambiano emozioni, pensieri, preoccupazioni. Quelli che i più chiamano “compiti” io li chiamo “attività scuola da casa”, perché l’intento è stato quello di mantenere una certa ritualità, non interrompere il percorso di crescita della classe, continuare a proporre attività anche divertenti in modo da alleviare il peso della chiusura tra le mura domestiche.

(Emma Giuliana Grillo e Paolo Limonta hanno trattato il tema delle lezioni a distanza in un testo unico che pubblichiamo in risposta alla prima domanda sull’argomento, qui sotto).

EGG – La scuola non era pronta alla didattica a distanza e non è soltanto una questione di mancanza di formazione, ma anche culturale. Gli insegnanti fanno fatica a pensare al cambiamento, perché storicamente tendono a rimanere fermi e poi perché ogni giorno devono risolvere ed affrontare la routine e la relazione. Le insegnanti hanno reagito con grande senso del dovere e responsabilità pensando alla formazione e l’utilizzo delle piattaforme che non era per niente acquisito. Poi è scattata una voglia irrefrenabile di riempire tutti i vuoti, fare lezione sempre e comunque, assegnare compiti, pretendere da sé e dai ragazzi una presenza continua.
Il burnout, una malattia professionale molto diffusa, prevede tra l’altro che l’insegnante lavori tantissimo in modo frenetico, poco soddisfacente e per niente coinvolgente. Deve riempire dei buchi. Le scuole hanno nel complesso reagito come sapevano e potevano vista l’eccezionalità. Gli utenti: i genitori sono rimasti spiazzati e non hanno saputo che mettere delle pezze a carenze strutturali e soprattutto culturali ed educative. Del quartiere e del territorio non si sa nulla per ora. Son molti anni che le scuole vivono una carenza di rapporti con il territorio. La didattica a distanza potrebbe essere un ottimo strumento, ma dipende molto da chi la fa e come. Dietro i pc ci sono le persone con le loro storie e questo non è mai stato considerato seriamente né a livello sociale né politico. Non mi risulta che esista un coordinamento territoriale che segue la didattica a distanza, certamente non è nata adesso, anzi. La digitalizzazione è stata un campo dove lo stato ultimamente ha investito molto, spesso però con una grande miopia. Si sono riempite le scuole di pc, tablet e Lim senza prendere coscienza di quanto potevano incidere questi strumenti sulla vita e il pensiero di chi nelle scuole ci vive. La DAD ha rivelato anche in situazioni di emergenza grosse potenzialità sia nella didattica che nell’ambito educativo.
Pone, però, grossi problemi. Il primo è un inevitabile ritorno alle lezioni frontali con tutti i loro limiti, il secondo una mancanza quasi assoluta di comunicazione vera tra i docenti e gli allievi e infine l’impossibilità di garantire una didattica differenziata per obiettivi e contenuti.
Se a questo aggiungiamo che non tutti i cittadini studenti hanno i mezzi per collegarsi correttamente e non parlo solo degli strumenti, ma della rete ci rendiamo conto che non stiamo dando le stesse possibilità a tutti. Avevo poche esperienze di didattica a distanza, non mi interessava il campo probabilmente per problemi di età. Faccio parte di una generazione che ha imparato ad insegnare con il tempo, il corpo e il lavoro di gruppo e tutto questo non lo ritrovo nella DAD.
Adesso che mi sono cimentata ho acquisito nuove competenze e per me è stata anche una soddisfazione. La direzione ci ha aiutato con tutorial mirati per imparare ad usare i mezzi, manca completamente il confronto, ma è impossibile pensare di farlo ora. Le differenze di censo, di capacità lessicale e di competenza individuale sono state, a mio parere, aggravate dalla DAD, perché in presenza si può leggere sul viso dei ragazzi una mancanza di comprensione o di partecipazione, sul web tutto viene sfuocato dal video.
La presenza fisica è sempre stata un elemento determinante nella trasmissione del sapere e nell’educazione. Arriverei a dire che le lezioni a distanza non sono lezioni, però rivelerei troppo la mia incapacità a cogliere negli strumenti digitali delle grandi opportunità. Credo che dietro ad ogni insegnante digitale ci voglia un insegnante in presenza e allora davvero potrebbe funzionare. La scuola italiana a mio avviso potrebbe investire molto, ma non credo lo farà, visto il degrado culturale e la scelta politica di non investire seriamente sulla scuola. La DAD potrebbe nascondere anche un controllo centralizzato e quasi esclusivo dell’insegnamento. Non dimentichiamoci che un insegnante in DAD potrebbe essere utilizzato per più classi con un minor costo e un possibile peggioramento nella qualità. Gli studenti hanno reagito in modi diversi, ha influito molto la presenza, assenza dei genitori. La distanza con le istituzioni e le differenze che molte famiglie hanno di estrazione sociale, convinzioni politiche e competenze civiche pesa molto. La società nel suo complesso ha con le istituzioni scolastiche un rapporto molto problematico. Questo è un dato di fatto e non riguarda solo l’oggi, ma ha origini nel passato. A questo si devono aggiungere le differenze che ci sono con famiglie o meglio pezzi di famiglie che arrivano dall’altra parte del mondo. A mio parere studenti e adulti fanno molta fatica a superare le barriere del web, la stanchezza la difficoltà a mantenere l’attenzione è sicuramente maggiore che in presenza.

PL – Per ciò che riguarda la Didattica a Distanza, il Dirigente Scolastico ha emanato una serie di circolari che hanno definito un percorso comune che è stato seguito da tutti i docenti della scuola primaria e di quella secondaria.
Questo ha consentito di definire tempestivamente modalità di intervento che avevano l’obiettivo primario di “non perdere neanche un bambino”.
Obbiettivo estremamente importante proprio per la particolarità di una scuola come il Trotter che vede la presenza al 60% di alunni con genitori stranieri e numerose famiglie in condizioni economiche precarie.
Per questo è stata messa in atto immediatamente la ricerca di computer e iPad da consegnare ai bambini che non l’avevano.
A oggi sono stati distribuiti oltre 150 dispositivi.
Inoltre l’Associazione Genitori ha lanciato la campagna “Adotta una connessione” che in pochissimi giorni ha raccolto migliaia di euro che sono stati utilizzati per acquistare schede telefoniche e rinforzare i “giga” precari di molti bambini e ragazzi.
Ovviamente mi preme sottolineare che, per quanto mi riguarda, la scuola è comunità, interazione, incontri, abbracci, sguardi, sorrisi, lacrime.
E la didattica digitale può al massimo affiancare, ma mai sostituire tutto questo.
Ma dal 24 febbraio questo è successo.
E allora, con la mia collega Antonella Meiani, abbiamo deciso che a tutto avremmo potuto rinunciare, ma non al contatto visivo.
Quindi, ogni giorno, ci colleghiamo in video per due ore con le nostre bambine e i nostri bambini.
Venticinque bambini in classe, venticinque bambini in video.
Io e Antonella ci colleghiamo un quarto d’ora prima per fare il punto della situazione, ma ormai non è più possibile. Perché appena attiviamo il collegamento tantissime bambini e bambine entrano subito in video.
Perché non vedono l’ora di vederci e di vedersi tra loro.
Il venerdì invece facciamo lezione di teatro musica.
Prima della chiusura avevamo iniziato un percorso per la realizzazione di un musical e abbiamo deciso che lo produrremo lo stesso in video.
E il venerdì facciamo le prove.
Insomma anche da lontano siamo riusciti a mantenere l’unità della nostra comunità classe e, soprattutto, a preservare il sorriso, l’entusiasmo e la voglia di partecipazione incredibile che hanno le nostre bambine e i nostri bambini. E questo, per fortuna, è quello che stanno facendo la maggior parte degli insegnanti. Certo, purtroppo, ci sono anche quelli che utilizzano la didattica a distanza per vessare i loro alunni e per acuire il baratro che li separa dai bambini e dai ragazzi.
Ma questi erano già “distanti” prima e credo che questa situazione non abbia cambiato nulla nella loro visione distorta della scuola.

Il problema delle lezioni a distanza sembra essere rappresentato dal digital divide. Cioè la situazione differente in cui si trovano gli allievi e anche i docenti. Nella tua scuola com’è andata da questo punto di vista? È stato possibile colmare la differenza di mezzi?

LB – Certo la differenza di connessioni è insuperabile.
Nella prima fase, cioè nelle prime settimane, il mezzo di comunicazione più “democratico”, perché alla portata di tutti, è stato whatsapp. Tutti hanno un cellulare con internet per ricevere le comunicazioni, le attività predisposte dalle maestre, alcune videochiamate, ecc. Sicuramente la diversa dotazione strumentale delle famiglie ha rappresentato un problema non indifferente, man mano che la riapertura veniva rimandata e sempre più veniva auspicata un contatto a distanza in videochiamata. Nella mia scuola è stato fatto un censimento per la rilevazione di chi non fosse dotato di strumentazione adeguata per partecipare alle video conferenze.

Quali sono le difficoltà che avete riscontrato nelle lezioni a distanza? E quali le difficoltà legate alla mancanza della presenza, che nei vostri cicli di insegnamento è particolarmente importante?

LB – La mia è una classe EDUMANA, una delle classi pilota di una sperimentazione che mette al centro i bambini e le bambine ed il loro benessere. Vedersi a distanza ha permesso di mantenere un contatto anche se ciò che manca di più è il contatto, il saluto del mattino prima di entrare in aula, le attività in apprendimento cooperativo. Queste ultime difficilmente riproducibili proprio per la differente dotazione strumentale e culturale delle famiglie. Manca il feedback quotidiano delle attività in presenza, quello che consente di registrare il percorso individuale di alunne ed alunni.

E i bambini? I ragazzi… Come hanno reagito? Nel vostro ciclo la relazione con gli insegnanti va ben oltre le necessità didattiche. Come si sono organizzati?

Da subito ho cercato di mantenere attivo il senso di appartenenza. Ad esempio il 2 marzo con la classe avremmo dovuto partecipare alla seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, con un corteo cittadino che l’emergenza sanitaria ha visto annullata.
I bambini hanno “partecipato da casa”, ho raccolto le loro foto con i disegni, in tema con la marcia, raccolti in un video inviato ai marciatori come segno comunque della nostra partecipazione. La partecipazione totale della classe ha dimostrato fin da subito la necessità di continuare a viversi come gruppo. Durante i nostri collegamenti la prima attività resta sempre l’agorà, lo scambio del “come mi sento” e se i pensieri sono tanti e lo spazio per la didattica si riduce poco importa. Quella in corso è l’undicesima settimana di distanziamento fisico, lo chiamo così, perché noi che ci vediamo più volte la settimana, continuiamo ad essere gruppo.

Hai potuto gestire la tua attività completamente in remoto o è stato comunque necessario partecipare a attività in presenza di altre persone?

LB – Tutta la mia attività si è svolta in remoto.

EGG – Non abbiamo mai avuto momenti in presenza.

Una tragedia come questa dell’epidemia non può mai essere assimilata a un’opportunità neanche per un semplice gioco retorico. Forse lascia dei compiti…?

LB – In realtà le modalità di “scuola a distanza” potrebbero rappresentare una opportunità se ciò che contraddistingue il come si fa scuola in questo periodo non verrà abbandonato al rientro in aula. Abbiamo cercato di usare modalità di comunicazione con attività digitali, giochi didattici interattivi, tutorial didattici, molti creati dalle stesse insegnanti, e ancora attività che comprendono la comunicazione non verbale per e dagli alunni.
La scuola si è inserita nelle case, alunne ed alunni hanno dovuto creare un angolo di scuola all’interno della propria casa, uno spazio dedicato, sicuramente non hanno ricreato la rigidità del banco con la sedia in disposizione fissa come sono gli arredi della maggior parte delle aule. A casa non c’è la rigidità del tempo scolastico scandito dalla campanella, i bambini e le bambine seguono il loro ritmo e quello della famiglia, con unica eccezione gli appuntamenti in videoconferenza con maestre e, soprattutto, compagni.
La relazione con le famiglie è diventata più intensa, oltre che dei singoli alunni e alunne, si parla (anche se spesso in modalità digitale) del come fare didattica, del come alunni e alunne apprendono, di come possano rappresentare la differenza a seconda del loro differente approccio per questo impegno intenso e inaspettato.
Il compito per la scuola dovrebbe essere fare tesoro e non abbandonare le modalità digitali, la spinta alla motivazione.

PL – Io però penso che non dobbiamo sprecare l’occasione che ci è stata purtroppo offerta da questa immane tragedia. Io penso che non si debba e non si possa più parlare di ripresa della scuola a settembre.
A settembre deve partire una nuova scuola.
Una scuola con una visione ampia che ritorni ad essere il cuore del quartiere e coinvolga nei nuovi percorsi educativi anche altri spazi esterni alla struttura scolastica.
Penso alle strade e alle piazze adiacenti alla scuola che devono diventare parti comuni della scuola; penso agli spazi verdi come parchi e giardini; penso alle biblioteche, ai teatri, ai centri di aggregazione che potrebbero prestarsi a un progetto di scuola diffusa indispensabile da settembre in avanti. Una visione e una progettualità che non vedo a livello nazionale.

L’ultima domanda è una domanda a piacere… C’è qualcosa che ti va di dire? Un suggerimento? Un rimprovero, magari un pensiero sulla ripartenza mentre aspettiamo le proposte concrete dalle autorità?

LB – La valutazione.
Lavorare a distanza ha imposto la valutazione del processo di apprendimento più che della singola prestazione, per me e molti altri colleghi e colleghe ha ulteriormente confermato il desiderio di una scuola senza voti. Si è tornati a parlare della difficoltà di dover valutare riducendo a un voto numerico prestazioni e percorsi di apprendimento.
In tema di ripartenza mi preme segnalare che il 10 maggio, alle ore 16:30, a Milano ci sarà l’evento pubblico online, “La scuola sconfinata”, in diretta streaming, a cura del movimento “E tu da che parte stai? Umanità vs indifferenza”, che lo scorso anno ha creato un manifesto che mira al benessere dei bambini e delle bambine e dei ragazzi e delle ragazze. In questo periodo bambini e bambine, ragazzi e ragazze hanno dimostrato grandi doti di resilienza e meritano, una volta di più, il nostro impegno per loro. Parteciperanno alla diretta docenti, pedagogisti, medici, dirigenti scolastici, architetti, educatori, esperti nell’ambito della scuola per costruire un documento insieme, con proposte concrete per una scuola di tutti e tutte da consegnare all’Amministrazione milanese.

EGG – L’emergenza sanitaria ed economica lascerà dei compiti davvero difficili da assolvere.
Il primo sarà quello di difendere la possibilità di avere accesso alla cultura per tutti in ugual modo.
Il secondo mantenere aperti i canali della democrazia, in tempi di emergenza si sa che si può scadere nel si salvi chi può.
Il terzo confrontarsi con un mondo dove i confini sono sempre più giganteschi e le storie individuali si possono perdere.

PL – Occorre che il governo decida subito alcune cose fondamentali.
La prima è dotare tutte le scuole di organici pieni e di organici supplementari per fare in modo che il personale (scolastico, ausiliario e di segreteria) possa essere già operativo dal 1 settembre.
La seconda è erogare stanziamenti straordinari per l’Emilia scolastica immediatamente utilizzabili.
Perché gli edifici della nuova scuola devono essere belli e sicuri.
Mi piacerebbe molto sentire questi due impegni dalla voce della Ministra dell’Istruzione.
Finora non è successo…

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