Almeno nasca un’Europa migliore


di Manuel Sciurba*

“Camminando però, sentiva un mal essere, un abbattimento, una fiacchezza di gambe, una gravezza di respiro, un’arsione interna, che avrebbe voluto attribuir solamente al vino, alla veglia, alla stagione”.
Così Alessandro Manzoni racconta ne “I promessi sposi” la sofferenza di don Rodrigo, il quale, colpito una sera dai primi sintomi della peste, decide di coricarsi, attribuendo ad altre cause il proprio malessere.
L’epilogo è noto: dopo una notte tormentata dagli incubi, il signorotto si risveglia e, accortosi della presenza di un bubbone sul proprio fianco sinistro, riconosce il segnale evidente della propria malattia.

Il 2020 sarà ricordato come l’anno in cui, dopo un sonno lungo oltre un decennio, il mondo si è risvegliato scoprendo di essere ammalato.
La pandemia da coronavirus verrà probabilmente descritta come il “cigno nero”, un evento imprevisto che turba e stravolge la linearità della Storia, come accadde ad esempio con gli attentati dell’11 settembre 2001.
La recente fortuna della metafora del “cigno nero” si deve a Nassim Nicholas Taleb, filosofo, saggista e matematico libanese, che nella sua opera più nota, dal titolo, per l’appunto, “Il cigno nero”, ne individua le seguenti caratteristiche: la rarità, l’impatto enorme e la “prevedibilità retrospettiva”, ovvero la “spiegabilità” e la prevedibilità dell’evento solamente a posteriori, una volta che questo si è ormai verificato.
Tale definizione sarebbe di per sé sufficiente a escludere l’appartenenza del virus SARS-CoV-2 alla categoria di eventi classificabili come “cigni neri”, come ha recentemente riconosciuto lo stesso Taleb, mancando esso dell’essenziale caratteristica dell’imprevedibilità.

Epidemie e pandemie da sempre accompagnano il cammino dell’umanità e, nella società iperglobalizzata in cui ci siamo abituati a vivere, il rischio di una nuova epidemia mondiale rappresentava uno scenario tutt’altro che fantascientifico già prima che tale circostanza si concretizzasse.
In molti ora ricordano come, nel 2015, il fondatore di Microsoft, Bill Gates, avesse preconizzato una catastrofe globale causata dalla comparsa di un nuovo virus letale.
Nel 2016, alcuni ricercatori statunitensi cominciarono a lavorare allo sviluppo di un vaccino contro la SARS, la sindrome respiratoria acuta grave apparsa in Cina nel 2002 e causata da un virus appartenente alla stessa famiglia del nuovo coronavirus, ma il progetto si arenò per mancanza di investitori.
Nel settembre scorso, pochi mesi prima che nella provincia cinese dell’Hubei venissero diagnosticati i primi casi di COVID-19, in un dossier intitolato “A world at risk”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità metteva gli Stati in guardia dalla minaccia pandemica rappresentata dalla possibile diffusione di un “agente patogeno respiratorio letale”, invitando i governi nazionali a investire sul rafforzamento dei rispettivi sistemi sanitari e sulla ricerca di vaccini e terapie.
Se anche si volesse minimizzare l’impatto dell’iniziale sottovalutazione del rischio pandemico e considerare quindi la nascita del coronavirus e la sua rapida diffusione su tutto il pianeta come un evento totalmente inaspettato e imprevisto, tale alibi non basterebbe comunque a sollevare le élite globali dalle proprie responsabilità.
Il motivo è spiegato ancora una volta nell’opera di Nassim Taleb: la mente umana tende naturalmente a sottostimare o addirittura ignorare la possibilità di “cigni neri” e a prediligere le narrazioni lineari, attraverso le quali la complessità della realtà viene semplificata minimizzando l’impatto della casualità e collocando ogni fenomeno all’interno di una rete di relazioni causali.
Lo svantaggio di questa forma mentis è duplice.
Da un lato, in assenza di precedenti esperienze con eventi traumatici o imprevisti, tendiamo a comportarci ignorando la possibilità che tali eventi possano in futuro verificarsi: come gli ideatori del Titanic, siamo convinti che la nostra nave sia “inaffondabile” fino a quando l’impatto con un iceberg non ci dimostra il contrario.
Dall’altra parte, di fronte a “cigni neri” già sperimentati, siamo portati a pensare che la storia si ripeterà nuovamente con le medesime modalità, basando pertanto le nostre azioni su questa credenza: così nel primo dopoguerra, allo scopo di prevenire un nuovo attacco della Germania, i francesi edificarono l’imponente Ligne Maginot lungo il percorso della precedente invasione tedesca, senza immaginare che Hitler avrebbe facilmente aggirato le fortificazioni con l’impiego dei nuovi panzer e della Luftwaffe.

Ripercorrendo le tappe che hanno portato dalla nascita di un virus sconosciuto tra le bancarelle dei mercati di una lontana provincia cinese all’esplosione di una pandemia globale, non è difficile riscontrare l’influenza di entrambi i bias sopradescritti dietro gli errori commessi nella fase antecedente e iniziale dell’emergenza.
Nessun governo prese in dovuta considerazione l’allerta lanciata dall’OMS nel rapporto precedentemente menzionato e, nonostante i primi casi d’infezione da coronavirus si fossero manifestati già a metà del novembre 2019 (secondo una recente ricostruzione del giornale South China Morning Post), per circa due mesi le autorità cinesi trascurarono il fenomeno.
Quando, nel gennaio scorso, il governo di Pechino riconobbe la gravità della situazione, la Cina sembrò rivivere l’incubo della SARS del 2002-2003.
Da quel momento, nel Paese asiatico sono state adottate misure senza precedenti per isolare le zone colpite e contenere la diffusione del virus.

L’efficacia di tali misure è dimostrata dalle statistiche del contagio: pur essendo stata l’epicentro della pandemia, con una popolazione quattro volte più grande di quella americana, la Cina ad oggi registra un numero di contagi più di tre volte inferiore a quello degli Stati Uniti (fonte: Johns Hopkins Coronavirus Resource Center, dati consultati il 04/04/2020).
Al cospetto del decisionismo cinese, la risposta dell’Occidente è risultata confusa e frammentaria.
Impreparati all’ipotesi di una pandemia, i Paesi occidentali hanno dapprima reagito relativizzando la minaccia, identificandola come un “virus cinese”, fiduciosi che virus sarebbe rimasto confinato nel luogo di origine, come già avvenuto nel caso della SARS (che registrò una diffusione marginale al di fuori della Cina) o dell’epidemia di Ebola in Africa occidentale del 2014.
Sappiamo che le cose non sono andate così.
Senza carri armati né aviazione, il virus ha sfondato la nostra Linea Maginot, cogliendoci alla sprovvista.
Mentre l’Italia combatteva la propria battaglia solitaria contro il coronavirus, l’epidemia ha potuto avanzare nel resto d’Europa e negli Stati Uniti agevolata dai tentennamenti e dal lassismo dei nostri alleati.

Ma nella guerra al nuovo “nemico invisibile”, c’è un dato ormai evidente che preoccupa molto di più delle sconfitte tattiche: la mancanza di una strategia.
La diffusione della pandemia in Occidente avrebbe potuto, forse, essere meno rapida e devastante se gestita diversamente e con una regia comune, ma la questione politica di fondo resta un’altra: il sistema occidentale, e l’Europa in particolare, era già malato e compromesso da molto prima che il virus entrasse nelle nostre vite e ci costringesse a fare i conti con la gravità del nostro declino.
«Chi arriva tardi è punito dalla vita»: così Michail Gorbačëv ammonì il leader della Germania Est Erich Honecker, poco tempo prima che la DDR sparisse per sempre dalle cartine geografiche.

Purtroppo, le sole lezioni che accettiamo dalla Storia sono quelle che rafforzano e giustificano la nostra visione del mondo, raramente apprendiamo gli insegnamenti giusti.
Così fu per la fine del socialismo reale, che alimentò la falsa convinzione dell’assoluta superiorità del modello capitalista neoliberale, unico paradigma da esportare (o talvolta imporre) nel resto del mondo, a cominciare dai Paesi dell’Europa occidentale, dove a partire dagli anni ’90 si è assistito a privatizzazioni di settori strategici e al progressivo smantellamento dello Stato sociale, con conseguenze deleterie, quali stagnazione economica, disoccupazione, impoverimento della popolazione e crescita della rabbia sociale.
Tutti sintomi di una malattia che, se curata per tempo, ci avrebbe probabilmente reso meno vulnerabili di fronte all’emergenza che stiamo vivendo.
Ospedali al collasso e in carenza di personale a causa dei tagli alla sanità, il settore privato che entra in crisi, con il sito dell’INPS preso d’assalto dalle richieste di bonus per le partite IVA, sono scene che confermano come non possa esserci sicurezza sociale ed economica senza un ruolo centrale dello Stato e dell’attore pubblico.
Oltre al sistema di welfare, i limiti del modello della “fabbrica globale”, emersi con la crisi innescata dal virus, hanno evidenziato la necessità di ricostruire anche una politica industriale.
L’improvvisa scarsità sul mercato internazionale di mascherine e attrezzature mediche, che ha spinto gli Stati occidentali colpiti dalla pandemia a una rapida riconversione industriale per produrre internamente questi beni indispensabili, ha infatti dimostrato il rischio derivante dall’esternalizzazione di produzioni strategiche, senza le quali lo Stato non è in grado di garantire ai cittadini servizi essenziali come la sanità.

Infine, la fase che stiamo attraversando non può che indurci all’ennesima riflessione sul senso dell’Europa e sul destino del progetto europeo.
Come si è cercato di spiegare e argomentare, la causa principale dell’origine dei cigni neri e del loro impatto così forte è l’errore (o l’illusione) di immaginare, in un mondo sempre più complesso e caotico, il futuro come proiezione lineare del presente.
Da questo punto di vista, la storia dell’Europa rappresenta un caso esemplare. La nascita dell’Europa si deve alla volontà lungimirante di politici e statisti appartenenti a una generazione segnata da due guerre mondiali, che maturò una coscienza fino a quel momento appartenuta solo a pensatori visionari come Immanuel Kant; ovvero che, in un continente diviso da secoli di conflitti, la pace potesse diventare finalmente una condizione perpetua e non più solo un interludio tra due guerre.
Non si sarebbe potuto arrivare a questo traguardo senza la consapevolezza che la guerra rappresenta, al pari delle epidemie, una costante della storia umana, una minaccia sempre incombente anche nei periodi di prosperità, come aveva dimostrato il trauma della Grande Guerra con cui si chiuse la Belle Époque; ragione per cui la costruzione di una pace stabile e duratura avrebbe richiesto un impegno attivo dei popoli europei per superare le divisioni e gli egoismi storici e gettare le basi di un’“Europa libera e unita”.

Dalla sua fase embrionale, la comunità europea ha conosciuto una crescita e un’evoluzione costante, raggiungendo il culmine con l’unione monetaria, cinquant’anni dopo l’entrata in vigore della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), l’antesignana dell’attuale Unione Europea.
Un simile traguardo, impensabile soltanto mezzo secolo prima, ha rafforzato la convinzione dell’ineluttabilità del processo di integrazione europea, che sovente è stato descritto con la metafora della bicicletta: se non si pedala e si va avanti, la bicicletta si ferma e cade.
Come è noto, oggi l’Unione Europea rappresenta un unicum nel panorama della comunità internazionale: non è uno Stato, né una Federazione, né una Confederazione; è qualcosa di più di un’organizzazione internazionale e qualcosa di meno di un’organizzazione statale.
Esauritasi la spinta propulsiva dei Padri Fondatori, la bicicletta europea si è ritrovata impantanata nella fase più difficile del proprio percorso: ormai troppo distante dal punto di inizio per conservare l’entusiasmo della partenza, ma al contempo ancora troppo lontana dalla meta per poter intravedere la linea di arrivo.
Intrappolate in questo limbo senza uscita, le élite europee hanno rinunciato a scrivere nuove pagine di Storia, condannando l’Europa a rimanere ai margini della stessa.
Così, mentre negli ultimi vent’anni nel resto del mondo si affermavano nuove potenze, scoppiavano guerre e rivoluzioni e una recessione economica senza precedenti veniva attraversata e superata, l’Europa assisteva da spettatrice, ostaggio degli egoismi nazionali e incapace di giocare un ruolo da protagonista nello scenario globale.
Ecco perché, in un’Europa minata da contraddizioni mai risolte e lacerata dalla frattura sempre più profonda tra Nord e Sud, la crisi del coronavirus è destinata a segnare uno spartiacque netto, al di là del quale le sole prospettive per il progetto europeo saranno una rifondazione su nuove basi o la disgregazione.
La recente decisione della Commissione Europea di sospendere il Patto di stabilità e crescita, per quanto senza precedenti, va letta come figlia dell’emergenza, e non di un ripensamento della politica economica comunitaria.
Di fronte alla sfida storica a cui è chiamata, l’Europa non può limitarsi a rimuovere obblighi da essa stessa creati e imposti, ma deve rispondere con una svolta decisiva verso il superamento del paradigma ordoliberista all’origine di tali vincoli e corresponsabile dell’attuale crisi.
Apertura di una nuova fase economica, condivisione del debito e politica fiscale comune sono le partite su cui l’Unione Europea si gioca il proprio destino.
Se non mancherà l’appuntamento con la Storia, l’Europa potrà uscire da questa crisi più forte e più unita. Diversamente, per il sogno europeo il prossimo cigno nero potrebbe essere il canto del cigno.

* laureato in relazioni internazionali, consigliere di Muncipio 7

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